Lo spostamento dei poteri su scala globale

Chess Set 22Il pensiero del diplomatico britannico Paddy Ashdown prefigura scenari inquietanti. Nessuno uomo è un’isola ricorda, come scrisse John Donne. Accordi internazionali riempiano il vuoto normativo selvaggio lasciato dall’impotenza degli stati sovrani e dalla loro incapacità di fare rete sentendosi parte di un unico destino collettivo.Buona parte del pianeta segue da vicino l’evoluzione di una crisi spaventosa ove i fattori in gioco coinvolgono in modo interrelato le realtà geopolitiche, legando i destini di popoli interi su scenari ampi, non localistici. Paddy Ashdown, politico e diplomatico britannico, ha una concezione macrovalutativa di quanto accade, e vale la pena di soffermarsi sulle sue riflessioni per avere una visione d’insieme e poggiante su una prospettiva storica di ampio respiro.

Ve le proponiamo. Per Ashdown viviamo uno di quei cambiamenti epocali come già dovemmo affrontare nel XIX secolo, quando cioè avvengono riposizionamenti dei poteri che sono spesso accompagnati da turbolenze anche sanguinose, qualcosa che si verifica mediamente una volta ogni secolo. “Quando il potere è passato dalle vecchie nazioni, gli antichi poteri dell’Europa, attraverso l’Atlantico verso i nuovi emergenti degli Stati Uniti d’America – sostiene – , nel vuoto lasciato si sono verificate le due catastrofi più sanguinose del secolo scorso: le due grandi guerre mondiali. Mao Tse-tung le chiamava le guerre civili europee, ed è probabilmente un modo più preciso di definirle.

Ma quello che sta accadendo oggi è, in un certo senso, spaventoso perché non è mai accaduto prima. Abbiamo già assistito nella storia a spostamenti di potere laterali: quello della Grecia verso Roma o quelli che si sono verificati durante la civilizzazione europea; ora il potere non si sta solo spostando da nazione a nazione, ma anche verticalmente. Le responsabilità, detenute secondo norme di legge all’interno delle istituzioni di uno stato nazione, ora sono in larga misura su scala globale. Parliamo di globalizzazione dei mercati, ma in realtà si tratta di globalizzazione del potere e dove, a livello di stato-nazione, quel potere è ritenuto responsabile e soggetto alle norme di legge, su scala internazionale non lo è. Il potere di internet, il potere delle emittenti satellitari, la giostra che mette in movimento 32 volte la quantità di denaro necessario allo scambio che dovrebbe finanziare… gli scambiatori di denaro, o gli speculatori finanziari che ci hanno messo in ginocchio di recente, il potere delle aziende multinazionali che hanno giri d’affari spesso superiori a quelli di Paesi di medie dimensioni.

Si muovono in uno spazio globale che in gran parte non è regolamentato e in cui le persone possono agire libere da obblighi. Ora la lezione della storia è che, prima o poi, gli spazi non regolamentati si popolano, non solo delle cose che vogliamo, commercio internazionale, Internet, ma anche di criminalità e terrorismo internazionale. Si dice che qualcosa come il 60% dei 4 milioni di dollari utilizzati per finanziare l’11 settembre in realtà siano passati tramite le istituzioni delle torri gemelle distrutte l’11 settembre. Prima o poi, insegna ancora la storia, dove va il potere deve invece seguire un’amministrazione.” Per Ashdown “il mondo ha quindi bisogno di un forum internazionale. Ha bisogno di un mezzo con cui legittimare l’azione internazionale”. Ma quando si parla di amministrazione dello spazio globale, scommette che non si verificherà attraverso la creazione di altre istituzioni delle Nazioni Unite. “Accadrà attraverso la creazione di sistemi basati su trattati, su accordi per governare lo spazio globale, come del resto sta già succedendo.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio per esempio è un’organizzazione interamente basata su trattati, eppure abbastanza potente da richiamare alle proprie responsabilità anche lo stato più potente, gli USA. E Kyoto, o il G20: sappiamo oggi – vi riportiamo ancora le sue affermazioni – che dobbiamo mettere in piedi un’istituzione che sia capace di portare una forma di governo in quello spazio improntato alla speculazione finanziaria badando al fatto che mettendo insieme i più potenti per creare le regole nelle istituzioni basate sui trattati, dovremo vigilare su cosa succede ai più deboli che vengono lasciati fuori. La storia delle civilizzazioni ci insegna che esse sono nate lungo le coste; prima intorno al Mediterraneo, le più recenti tra gli antenati del potere occidentale lungo l’Atlantico, ora verso le coste del Pacifico. Notiamo lo sviluppo di politiche estere, l’aumento degli stanziamenti militari che si sta verificando tra le potenze del mondo in crescita. Ma in realtà – sostiene il diplomatico inglese – non si tratta tanto di uno spostamento dall’Occidente verso l’Oriente; sta accadendo qualcosa di diverso.

Gli Stati Uniti rimarranno la nazione più potente della terra per i prossimi 10 o 15 anni, ma dopo i 50 anni più strani della storia in cui abbiamo avuto un mondo totalmente mono-polare, in cui ogni ago della bussola nel bene e nel male ha avuto il suo nord a Washington, torna a emergere una condizione più normale: quella di un mondo multipolare. Nell’Europa del XIX secolo un ministro degli esteri britannico, Lord Canning, parlava del “Concerto dei poteri europei.” C’era un equilibrio a cinque parti: se Parigi si alleava con Berlino, la Gran Bretagna si alleava con Vienna e Roma per controbilanciare. Poi abbiamo avuto delle alleanze fisse: la NATO, il Patto di Varsavia. Ma una polarità fissa di potere significa alleanze fisse. Invece una polarità di potere multipla significa spostamento e cambiamento delle alleanze. Ed è il mondo in cui stiamo entrando, andando oltre i comodi circoli di potere dell’Atlantico per fare alleanze con altri se vogliamo che nel mondo le cose vengano fatte. Nell’intervento in Libia, per l’Occidente non è stato più possibile agire da solo; s’è dovuta coinvolgere la Lega Araba. L’Iraq e l’Afghanistan sono probabilmente stati gli ultimi casi d’intervento in cui l’Occidente ha potuto fare da sé (e senza successo).

Stanno finendo 400 anni di egemonia del potere occidentale, istituzioni occidentali e valori occidentali. Egli si avventura poi in una previsione probabilmente ancor più sorprendente. Spesso si afferma che i Cinesi non si impegneranno mai per la pace, per il raggiungimento multilaterale della pace nel mondo. Perché no? Quante truppe cinesi servono già tra i berretti blu sotto il comando delle Nazioni Unite? Qual è il più grande contingente navale che affronta il problema dei pirati somali? Il contingente navale cinese. Certo che lo fanno, sono una nazione mercantile. Vogliono mantenere le corsie marittime aperte. Sempre di più dovremo fare affari con gente con cui non condividiamo valori, ma con cui, per il momento, condividiamo interessi comuni. Oggi grazie a internet siamo tutti interdipendenti. L’interrelazione tra le nazioni è sempre esistita, la diplomazia è proprio la gestione delle interrelazioni tra nazioni. Ma ora siamo intimamente legati. Quando c’è l’influenza suina in Messico, diventa un problema per l’aeroporto Charles de Gaulle 24 ore dopo.

Affonda Lehman Brothers e tutto collassa.

Ciò significa che l’idea di uno stato-nazione che agisce da solo, non connesso con gli altri, che non lavora con gli altri, non è più una strada percorribile. Perché le sue azioni non sono né confinate né sufficienti per controllare il proprio territorio, perché gli effetti al di fuori stanno cominciando a condizionare ciò che succede al suo interno. Ora – afferma ancora – se voglio gestire la difesa del mio Paese, devo parlare al Ministro della Salute perché le epidemie sono una minaccia alla sicurezza, al Ministro dell’Agricoltura perché la sicurezza alimentare è una minaccia alla mia sicurezza, al Ministro dell’Industria perché la fragilità delle infrastrutture tecnologiche è un punto di vulnerabilità, devo parlare al Ministro degli Interni perché chi è entrato nel mio Paese e vive in quella villetta a schiera nei quartieri poveri influisce direttamente sulla società (come è accaduto a Londra con le bombe del 7 luglio 2005).

Questo ci dice che, di fatto, i nostri governi, costruiti verticalmente, sul modello economico della Rivoluzione Industriale, molto gerarchici, con specializzazione dei compiti, strutture di comando, sono obsoleti, mentre chi è nell’industria sa che la struttura paradigmatica del nostro tempo è la rete. Dobbiamo renderci conto che la cosa più importante che possiamo fare è ciò che possiamo realizzare con gli altri. Il pezzo più importante della nostra struttura – che voi siate un governo, o un reggimento di un esercito, che siate un’azienda – sono i vostri punti di riferimento, le vostre interconnessioni.

Nell’industria lo si capisce; nei governi meno.

Insomma oggi condividiamo il destino l’uno dell’altro. L’avvento dell’interconnettività sommato alle armi di distruzione di massa comporta che, sempre di più, condivido il destino del mio nemico. Una delle più grandi barriere alla pace in Medioriente è che entrambe le parti, sia Israele che i Palestinesi, non capiscono che condividono un destino collettivo. Improvvisamente, quello che è stata la proposta di poeti e visionari diventa qualcosa da prendere sul serio come un problema di politica pubblica. Una poesia di John Donne dal titolo “Nessun uomo è un’isola.” recita: “La morte di ogni uomo mi riguarda, perché sono legato al genere umano, non chiederti per chi suona la campana, suona per te.” Per John Donne, un consiglio di moralità. Per noi, credo, parte dell’equazione per la nostra sopravvivenza.Fin qui il pensiero di Ashdown.

Utile sarà confrontarlo con quello per esempio di Dany Rodrik, economista turco, attualmente professore di Economia Politica Internazionale alla John F. Kennedy School of Government presso l’Università Harvard negli Stati Uniti, il quale proprio in questi giorni sostiene che in realtà, al momento, gli unici soggetti che stiano effettivamente facendo qualcosa di concreto per affrontare la crisi internazionale siano gli stati sovrani come Germania, Italia e Francia, a fronte dell’evanescenza dell’azione di agglomerati come il Fondo monetario internazionale.

Campane diverse, ma forse non così dissonanti in realtà.

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