Città che bruciano e città che sorridono

Mentre Roma andava a ferro e fuoco mi trovavo in un’altra capitale, poco oltre il nostro confine, Lubiana. Passeggiavo per le strade, freddo e atmosfere tipicamente mitteleuropee e ci sono due immagini che mi restano ancora in mente.

Lungo un marciapiede, sotto sera, cinque gradi al massimo, un uomo chino a terra, intento a creare mazzolini di fiori e riporli in una scatola di cartone. Mi ricordo la minuzia con cui univa uno per uno quei fiorellini colorati da due soldi, inginocchiato sulla strada, in quello che era il suo posto di lavoro.

Poi mi ricordo una ragazza di sedici anni triste perché nella confusione di un pub aveva perso il suo piercing, un regalo dell’ex fidanzato. Aveva paura che si chiudesse il buco, un nuovo piercing costava venti euro, ma lei ne aveva solo cinque. Forse i genitori sloveni non mandano in giro i teenager con abbastanza verdoni da svuotare boutique di Gucci e Prada, eppure quella ragazza parlava già un buon inglese, usciva la sera con la sorella più grande e sapeva badare a se stessa.

In realtà però un cittadino di Lubiana ha un potere d’acquisto pressoché identico ad uno di Roma.

Eppure tutto è ordinato, pulito, elegante. La domenica c’è qualche protesta, più in piccolo, pacifica, nelle vie del centro o in piazza, ma con un sottofondo di palpabile allegria perché è comunque un giorno di festa. La vita scorre più serena, i tanti studenti amano festeggiare ogni sera, magari si beve da una bottiglia comprata al supermercato e non c’è tensione nell’aria. Forse chi proviene dal poco fa meno fatica a ridimensionare o forse non è proprio una questione di ricchezza, ma solo di serenità d’animo, di semplicità. Quella di un uomo che mette insieme un mazzolino di fiori da due soldi.

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