Beati gli ultimi

8025 featuredE la saggezza popolare completò: se i primi sono onesti.

Non paga, la Storia volle aggiungere: le colpe dei padri ricadono sui figli.

E ora parliamo di partiti e movimenti politici italiani.

Gli ultimi due, trascurando le filiazioni collaterali, sono la Lega e il M5S.

Tutt’e due nati da sentimenti popolari generati da genuina rabbia per la disonestà dei partiti esistenti, si sono contraddistinti per la ruvidezza dell’eloquio e la rappresentanza parlamentare basata sul fideismo, più che sulla competenza.

Un po’ come gli ordini monastici del duecento. Ma per sopravvivere, non hanno saputo, come i francescani, darsi una regola e seguirla. No si sono adeguati, pur nella diversità dell’eloquio, al tran tran romano.

Hanno accettato compromessi con l’esterno o con le loro promesse elettorali, sono passati dalle canottiere a vestiti di buon taglio (anche se abbinati a configgenti camicie verdi) e le barbe sono diventate di giorno in giorno più curate.

I gesti pure sono gli stessi : una dichiarata necessità di ascensione, gli uni al Monviso (sorgenti del Po) a riempire ampolle, gli altri –più modestamente- al Colle a rendere soldi.

Due azioni indicanti la “rigenerazione” dal peccato originale, due forme, neanche tanto dissimulate, di battesimo. Ci si toglie di dosso il peccato originale : da una parte per significare il distacco da Roma Ladrona, dall’altra dai ladri –della politica- tout court. Anche i loro leader, ormai storici –sì anche Grillo-, sono molto simili : iperdinamici, arringatori instancabili, affermatori e mai dialoganti.

E il dialogo sempre fra le mura domestiche, siano esse sezioni di partito o blog di movimento e però dialogo tra inter pares, ovvero solo per quelli che hanno facoltà di parola, una percentuale ridicola dei votanti-aderenti.

La vera sconfitta dei partiti tradizionali o rimodellati (Berlusconi come la summa di tanti ex partiti) si è vista non solo nel governo della res pubblica, ormai sul lastrico, ma anche nell’aver fatto nascere queste formazioni ipodemocratiche, anzi, negli aspetti esteriori –ma sostanziali-, talebane.

Già se ne aveva avuto sentore con l’invasione della politica da parte della massoneria e poi dell’opus dei, per arrivare ai peracottari (non per questo non pericolosi) della P2.

Era inevitabile che ci fosse una “democratizzazione”, per i ceti bassi, del settarismo. Ma senza mutarne il concetto : la gerarchizzazione e la fidelizzazione, con tanto di santificazione del capo che, custode del verbo, innalza o abbatte.

Questo è lo stato dell’arte e se son rose fioriranno, mi pare l’amara conclusione, perché non ci sono rose senza spine e io sono già tutto un graffio.

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