Andreotti. Fuori dal coro

newGiulio Andreotti Premiato A Ravello Nel 1991Rispetto a quello che si dice e scrive su Andreotti io mi sento fuori dal coro.

Si tratta di una figura complessa con molte luci ed alcune ombre, i familiari hanno probabilmente tolto dall’imbarazzo il governo, scegliendo funerali privati.

Nessuno si è avventurato in coccodrilli di soli elogi, neppure Vespa. Era intelligente? Molto.

Usò la sua intelligenza per la collettività? No, solo per la sua parte e badate bene, la sua parte non era nemmeno la DC era solo un pezzo della DC, la più conservatrice, quella politicamente più legata al Vaticano e ai circoli più anticomunisti.

Lo sapeva bene De Gasperi che era cattolico, ma non bigotto e adoperava quel giovanotto romano, curiale e ben introdotto, per trattare con la Santa Sede di Pio XII.

Fu uomo di Stato ma non uno Statista, non volle mai la segreteria della DC, ma ebbe sempre la sua corrente, anche quando con De Mita si decise di abbandonare il sistema delle correnti. Era un mediatore splendido, agli esteri per questo, pur essendo anticomunista, non fu sempre filoamericano e gli americani glielo fecero pagare.

Da noi il terrorismo arabo colpì una volta, a Fiumicino, poi più, e gli israeliani ci accusarono di chiudere sempre gli occhi quando i carichi d’armi per i Palestinesi attraversavano l’Italia. Il suo primo incarico di governo (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla cultura) ci costò il neorealismo cinematografico.

Capì subito l’importanza della cultura di massa e da lui in poi le opere di impegno politico ritrovarono fiato e pubblico solo alla fine degli anni sessanta.

L’ultima opera di denuncia neorealistica ha un titolo emblematico: Riso amaro. Dalla negazione di un cinema vero nacquero, benedette anche se scollacciate, le bersagliere (Lollobrigida, Loren, ecc…) meglio allentare il decolté che far pensare. I suoi amici avevano nomi inquietanti: Sbardella, Lima, Salvo, Ciarrapico, Sindona. Fascisti (e neanche tanto pentiti) e mafiosi.

L’apertura di Moro ai comunisti, gli riaprì la strada maestra del comando, come riconosceva il leader pugliese, il compromesso storico si poteva fare solo con Giulio, altrimenti la DC si sarebbe spaccata.

Acquisì così meriti anche a sinistra, soprattutto quella sbadata, che non vedeva di buon occhio la serietà severa di Berlinguer, ma che in nome di una eredità amendoliana, credeva nelle aperture ad una DC europeista, ma non europea, per coprire le magagne di un partito non più effettivamente comunista, ma non socialista. Passata l’emergenza terrorista, si dedicò ad altre intese, sino al mitico CAF che uccise definitivamente il Paese, lo rovinò economicamente e moralmente e mise la mafia in condizioni di trattare con lo Stato.

Naturalmente non ha fatto tutto da solo, ma lui c’era sempre, perché in fondo era l’ambasciatore in Italia di quella parte di chiesa cattolica oscurantista, che non accettò il Concilio Vaticano II, che coprì e difese Lefebvre,della nobiltà nera, dei palazzinari selvaggi e del saccheggio dello Stato da parte di burocrati e boiardi.

Baciò Riina?

Non credo e se si fosse data l’occasione, non gli sarebbe neppure passato per la testa. Ma non era un segreto che i suoi referenti fossero collusi con la mafia. Io lo paragono ad un grande manager, che fa il suo lavoro, anche sporco, per portare utili alla sua azienda. Ecco, direi che lui era il referente di un’azienda che è sempre stata ben incastonata in questo Stato.

Adesso tutti si aspettano chissà che, dal suo carteggio privato. Dubitiamo salteranno fuori grandi novità e sarà stata la sua ultima ironia, quella sì, che l’aveva e fulminante.

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