A 70 anni dal codice di Camandoli

abbaziacamaldoliE’ abbastanza ricorrente la constatazione, se non la denuncia, che i cattolici siano nel dibattito e nell’azione politica sempre meno incisivi o rilevanti, al di là qualche singola personalità, che spesso si trova isolata, incapace o impossibilitata a “ fare squadra “, in politica come nella vita pubblica .

Questa attitudine all’impegno lo vediamo invece prevalentemente nelle opere sociali, nel volontariato, nell’aver “ ripiegato “ sia pure con generosità e competenza su un ruolo di sussidiarietà e di solidarietà verso gli altri, verso i più poveri o i più

deboli.

Un impegno di sicuro importante per l’esercizio della carità, ma con il rischio latente di sottovalutare o, ancor peggio,di abbandonare , la visione generale dei problemi, la ricerca di strumenti culturali, amministrativi e politici per raggiungere in un tempo storico dato, il bene comune , il bene di tutti e di ciascuno, come annotò felicemente Pio XI nella Quadrigesimo Anno ( 1931) .

Infatti la stessa Chiesa con le Encicliche sociali da fine ‘800 in poi, in un crescendo di sollecitazioni , ha puntato proprio sulla forte esigenza di una seria formazione dei fedeli laici per dare loro una piena ed autonoma capacità di governo nelle comunità, grandi e piccole che siano. Non solo quello di restare come una sorta di “ croce rossa del popolo “ , ma farsi costantemente portatori di un’ ampia visione della società e delle stato, di un pensiero lungo e profondo, come invitava sempre Giuseppe Lazzati, alla altezza dei problemi della società in cui si vive.

E come del resto non si stanca mai di ricordare lo stesso papa Francesco, ad esempio, ricevendo il Presidente Napolitano, quando insiste sul tasto che “ ..in un momento di crisi come l`attuale è dunque urgente che possa crescere, soprattutto tra i giovani, una nuova considerazione dell`impegno politico e che credenti e non credenti insieme collaborino nella promozione di una società dove le ingiustizie possano essere superate e ogni persona venga accolta e possa contribuire al bene comune secondo la propria dignità e mettendo a frutto le proprie capacità“.

Questo lo avevano fatto , con coraggio e lungimiranza, settant’anni fa, nell’estate “ terribile” del 1943, i promotori di quello che sarebbe poi stato chiamato “ Il Codice di Camaldoli “, un formidabile documento fondativo della Costituzione e della nostra Repubblica, democratica fondata sul lavoro, che rappresentò le linee guida della politica economica e sociale della nascente Democrazia Cristiana, proprio quando l’intera nazione era in guerra, sotto i bombardamenti nelle città, con il Duce che stava per essere arrestato dal Re dopo il gran consiglio del fascismo. Nonostante ciò, dal 18 al 23 luglio, una cinquantina intellettuali cattolici antifascisti, per lo più giovani,tra cui De Gasperi, Moro, La Pira, Fanfani, Taviani, Vanoni, Gonella, Capograssi , Saraceno, ecc. su impulso coinvolgente di Sergio Paronetto e di Igino Righetti, persone che oggi pochi conoscono o ricorrdano, si riunirono in un seminario di studio, proprio nel monastero di Camaldoli, nel comune di Poppi (Arezzo), sotto la presidenza – anche per non dare nell’occhio alla polizia fascista- di Mons. Adriano Bernareggi, allora vescovo di Bergamo e assistente nazionale dei Laureati Cattolici ( oggi MEIC).

L’associazione degli intellettuali cattolici,fino a qualche anno fa guidata da Renato Balduzzi, poi ministro della sanità nel governo Monti, riprese in una serie di convegni un pregevole lavoro interdisciplinare che sfociò nel Progetto CamaldoliIdee per la città futura ( Edizioni Studium, Roma, 2008) proprio il metodo e lo spirito del 1943 anche se purtroppo in un contesto culturale e politico, come il nostro, così poco ricettivo- nei fatti – alle idee di cambiamento e rinnovamento delle politiche sociali ed econimiche.

Non è fuori luogo ricordare come poche volte nella storia un Manifesto (per usare un vocabolo marxista ) o un Codice (una parola romana che significava pacchetto ben legato di tavolette, che già la scuola sociale cattolica belga aveva usato nel 1927 con il Codice di Malines) come quello di Camaldoli abbia così fortemente influenzato gli avvenimenti in cosi poco tempo.

Le idee del “codice “ cattolico trovarono l’occasione storica di influenzare fortemente la Costituzione negli anni 46-’47 e, subito dopo, contribuirono al “miracolo italiano” per il forte impulso che la impresa pubblica seppe dare alla economia italiana,anche se con grandi rimbrotti da parte di Luigi Sturzo negli anni ’50 più vicino al modello liberale enaudiano che all’economia sociale di mercato di un Fanfani, Dossetti, La Pira..

Nella Costituzione, va ricordato , che in una felice contaminazione fra concetti cristiani e principi socialisti, nel quadro dei principi del costituzionalismo liberal- democratico, entrò la definizione di persona con i suoi diritti inalienabili che è prioritaria al concetto stesso di Stato e la serie degli articoli fondamentali dedicati ai “diritti inalienabili” e al riconoscimento dei “ corpi intermedi “ nella vita sociale. Per conoscere meglio le radici, i promotori, il contesto e le linee ispiratrici del Codice di Camaldoli, rinvio ad un fondamentale saggio del noto storico Prof. Giorgio Campanini, “Dal Codice di Camaldoli alla Costituzione”, pubblicato nella rivista dei Gesuiti di Milano “Aggiornamenti Sociali” del maggio 2006.

L’autore ci racconta , fra l’altro, che presso la Fondazione La Pira di Firenze esiste ancora una copia del libro di Jacques Maritain , “Humanisme intégral”, nella sua prima edizione in lingua francese. Il libro è un dono di Giovanni Battista Montini, già assistente della FUCI, ed ora dell’associazione dei Laureati Cattolici, al giovane professore di diritto romano Giorgio La Pira.

Mi piace pensare alla emozione con cui il bravo sacerdote bresciano, praticante alla Segreteria di Stato, porta in dono a Giorgio La Pira questo libro, così importante nella formazione del pensiero cattolico fra le due guerre. Duole constatare come questo evento “ collettivo “ non sia stato ancora adeguatamente ricordato ed approfondito nell’Italia del 2013, come è stato fatto invece ampiamente in questi anni per vari leader cattolici importanti , protagonisti nella Resistenza e nella Costituente.

Finora, fa eccezione a questa smemoratezza , un bel articolo di Antonio Airò su Avvenire e una pungente segnalazione di Francesco Anfossi su Famiglia Cristiana. Viene naturale l’amara constatazione di una perdita, di una indifferenza da parte degli stessi politici, più e meno in carriera, che si dichiarano cattolici, ma anche delle associazioni cristiane che hanno fatto la storia del movimento cattolico nell’ Italia del secondo ‘900, nel non valorizzare adeguatamente la loro “memoria “.

Visto il periodo di crisi economica e sociale che stiamo attraversando, simile in certi aspetti a quello del dopoguerra, il Codice di Camaldoli potrebbe essere rivisto e attualizzato in chiave moderna e locale?

E’ un interrogativo che vorrei porre a chi di dovere!

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