Negli Stati Uniti tutti con Francesco, a ragione o a torto

internacional-papa-francisco--300x185 CITTÀ DEL VATICANO, 19 novembre 2013 – La settimana scorsa gli occhi di numerosi osservatori di questioni ecclesiastiche, ma non solo, erano puntati su Baltimora per verificare quali potessero essere gli effetti del nuovo pontificato sugli equilibri interni di uno degli episcopati più importanti del mondo – per numero e per influenza culturale e finanziaria –, quello degli Stati Uniti.

Nel linguaggio, lo stil nuovo proveniente dalla Roma di papa Francesco si è fatto indubbiamente notare. Sia negli interventi del nunzio apostolico a Washington, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, sia nella relazione del presidente uscente della conferenza episcopale, il cardinale arcivescovo di New York, Timothy Dolan.

Ma nei numeri un po’ meno. Il 12 novembre è stato infatti eletto presidente della conferenza episcopale l’arcivescovo di Louisville Joseph Kurtz, la cui emblematica foto mentre recita inginocchiato il rosario davanti a una clinica abortista della sua città mostra plasticamente più di tante parole la sua attitudine sulla questione.

Con l’elezione di Kurtz l’episcopato degli Stati Uniti torna nel solco della sua tradizione, in base alla quale è il vicepresidente uscente ad essere eletto presidente al termine del suo mandato triennale.

Una tradizione rispettata fino al 2007 quando ci fu l’elezione plebiscitaria del vicepresidente uscente, il cardinale di Chicago Francis E. George, alla prima votazione con 188 schede su 222.

Nel 2010 invece il vicepresidente uscente, il vescovo di Tucson Gerald Kicanas, venne sconfitto alla terza votazione di ballottaggio dall’allora arcivescovo Dolan con 128 voti contro 111, con un ribaltamento quasi speculare di voti rispetto al 2007 quando per la carica di vice Kicanas aveva prevalso su Dolan per 128 voti a 106.

L’inedito risultato del 2010 venne spiegato col fatto che Kicanas veniva considerato troppo legato all’esperienza dello scomparso cardinale Joseph Bernardin – di cui era stato ausiliare a Chicago –, icona del cattolicesimo “liberal” americano.

Quest’anno la polarizzazione registrata tre anni fa per la corsa alla presidenza non era prevista e di fatto non c’è stata. E così Kurtz è stato eletto al primo turno con 125 voti su 236. I più votati dopo di lui sono risultati il cardinale di Galveston-Houston Daniel DiNardo con 25 voti e l’arcivescovo di Philadelphia Charles J. Chaput con 20.

Più combattuta, come sempre, è stata l’elezione per la vicepresidenza.

Al primo turno i più votati sono stati DiNardo con 51 voti, Chaput con 38, l’arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gomez dell’Opus Dei con 35 e quello di New Orleans Gregory M. Aymond con 34.

Al secondo DiNardo è salito a 78, e Chaput con 40 ha superato di un voto Aymond e Gomez, con 39 voti ciascuno, guadagnando così per un soffio il ballottaggio con il cardinale di Houston.

Alla terza votazione DiNardo ha superato Chaput con un netto 147 a 87.

Quest’ultimo risultato è stato letto dalla stampa “liberal” come una sconfitta dell’ala più conservatrice dell’episcopato americano, sull’onda del nuovo stile del papato. In realtà però anche nel 2007 – in una fase ancora ascendente del pontificato di Benedetto XVI – Chaput perse la corsa alla vicepresidenza con un risultato quasi identico rispetto a quello di quest’anno: prese infatti 91 voti contro i 147 di Kurtz.

Al momento, quindi, non si sono registrati cambiamenti numericamente significativi nel corpo episcopale degli Stati Uniti, caratterizzato negli ultimi anni da una battagliera presenza nel dibattito pubblico riguardante temi eticamente sensibili come l’aborto e l’introduzione del cosiddetto “gay marriage”.

A ciò si può aggiungere che nei circoli americani della curia romana, certamente non “liberal”, l’avvento del ticket Kurtz-DiNardo è stato salutato con grande soddisfazione per la sua complementarietà: con un Kurtz dal profondo afflato spirituale pur nella fermezza sui principi riguardanti le questioni scottanti e con un DiNardo caratterizzato da autorevolezza e spessore culturale analoghi a quelli comunemente riconosciuti al cardinale George.

Negli stessi circoli romani è stato accolto con altrettanta soddisfazione il documento finale approvato all’unanimità dalla USCCB, in cui si ribadisce una decisa opposizione a ogni forma di intrusione governativa nell’operato dei vescovi, con specifico riferimento al “mandato contraccettivo” contenuto nella riforma sanitaria dell’amministrazione del presidente Barack Obama, che obbliga ogni datore di lavoro, incluse le associazioni, gli ospedali e le scuole cattoliche, a fornire copertura contraccettiva, farmaci abortivi e sterilizzazione ai propri dipendenti.

Numerose diocesi e istituzioni cattoliche americane hanno già fatto causa all’amministrazione Obama, dove ministro della sanità è la cattolica Kathleen Sebelius, accusandola di non rispettare la libertà della Chiesa per via del rifiuto di offrire alle organizzazioni religiose la possibilità dell’obiezione di coscienza. E questa linea è stata pienamente confermata a Baltimora.

“Il governo si rifiuta di tenere fede al suo obbligo di rispettare i diritti dei credenti”, si legge infatti nella nota finale dei vescovi, che si dicono “uniti nella determinazione di respingere questo pesante fardello” e promettono di “moltiplicare i nostri sforzi in Congresso e specialmente con iniziative giudiziarie come quelle che abbiamo già intrapreso in modo efficace per proteggere la libertà religiosa che ci permette di testimoniare il Vangelo nel servizio del bene comune”.

Quindi, anche sul confronto duro con l’amministrazione Obama su alcuni aspetti della riforma sanitaria non si segnalano cambiamenti di rotta nell’episcopato USA.

*

Ciò non toglie però che nel mondo politico statunitense alcune parole di papa Francesco vengano usate per contraddire giudizi autorevoli di vescovi locali su questioni legislative dalle forti implicazioni etiche.

Esemplare in tal senso è quanto è successo in Illinois, lo Stato che fu il trampolino di lancio di Obama nella sua corsa verso la Casa Bianca.

Il 5 novembre la camera dei deputati di quello Stato ha approvato in modo definitivo con 61 voti a 54 l’introduzione del “matrimonio gay” in Illinois, con una legge che entrerà in vigore dopo la firma – scontata – del governatore democratico Pat Quinn, cattolico, il cui padre lavorava per l’arcidiocesi di Chicago.

A questo risultato ha dato un contributo decisivo anche un altro cattolico, lo speaker della camera Michael J. Madigan, il cui lavoro di lobby ha spostato a favore della legge dai 5 ai 10 voti, decisivi per l’esito finale.

E nel corso dell’infuocato dibattito che ha preceduto il voto lo stesso Madigan ha citato a proprio sostegno papa Francesco.

“I miei pensieri riguardo a questa legge – ha detto Madigan – sono stati elaborati prima della citazione che mi accingo ad offrire a tutti voi. E la citazione che offrirò è una citazione di papa Francesco della Chiesa cattolica romana, che ha detto: ‘Se qualcuno è gay e cerca il Signore ed è di buona volontà, chi sono io per giudicarlo?’. Papa Francesco ha parlato è ha articolato le basi del mio pensiero su questo argomento”.

La “cattiva legge” votata in Illinois è stata duramente criticata dal cardinale George di Chicago, mentre il vescovo Thomas Paprocki di Springfield, la capitale dello Stato, ha addirittura annunciato che offrirà una preghiera di esorcismo riparatoria quando la legge verrà controfirmata dal governatore.

Ma a dispetto di queste “forti critiche” – ha rilanciato il “Chicago Sun Times” in un editoriale – le prese di posizione dei vescovi cattolici contro la legge “sono state severamente depotenziate da numerose dichiarazioni del nuovo papa Francesco che sono state diffusamente interpretate – come ha fatto lo stesso Madigan – come più accomodanti verso le coppie gay e lesbiche”.

Ovviamente si tratta di interpretazioni arbitrarie, soprattutto alla luce di quanto scritto dall’allora cardinale Bergoglio quando in Argentina si stava per approvare la legge che avrebbe introdotto il “matrimonio” tra omosessuali:

> Contro il matrimonio gay il generale Bergoglio mandò all’assalto le suore

Ma nondimeno sono forzature che fino a ieri era inimmaginabile potessero scaturire da citazioni di un papa. Forzature che continuano a trovare una larga eco. E non solo in Illinois.

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