Zingaretti e l’arte delle dimissioni passivo-aggressive

Francesco Cundari

Dal 2007 a oggi, non c’è corrente che non abbia avuto il suo momento di gloria alla guida del Pd, e non c’è leader che non abbia rovesciato la responsabilità di ogni fallimento sulla natura infida e sleale delle correnti altrui

Come tutti i suoi predecessori alla guida di un partito, una coalizione o una corrente della sinistra, anche Nicola Zingaretti ha infine unito all’annuncio delle dimissioni la denuncia dello stillicidio di attacchi cui sarebbe stato sottoposto dalle correnti altrui. È l’antica arte delle dimissioni passivo-aggressive: una sorta di rito apotropaico con cui a sinistra il leader uscente è solito salutare l’arrivo del successore, dichiarando pubblicamente quanto infingardi e vili siano stati critici e oppositori interni, vale a dire, grosso modo, tutto il resto del partito (o della coalizione, a seconda dei casi). 

Se ci fosse tempo per rifare la storia da capo, dovrei ricominciare addirittura dal Pds e dai tempi di Achille Occhetto, che ha dedicato gran parte della sua successiva opera saggistica, polemistica e memorialistica – come quasi tutti quelli che sono venuti dopo – alla spiegazione di come e quanto il coraggioso sforzo di rinnovamento da lui rappresentato, modestamente paragonato a quello di Gorbaciov, fosse stato sabotato dalle infide correnti, cioè da Massimo D’Alema. Anzi, per essere precisi, da «Ligaciov D’Alema» (questa è troppo complicata da spiegare, ma confido che i più giovani sappiano servirsi a dovere di Wikipedia). 

A volerla raccontare per bene, bisognerebbe allargare il campo alla storia dell’intero centrosinistra, delle sue multiformi coalizioni e dei suoi stentati governi, cominciando dalla caduta del governo di Romano Prodi, nel 1998, vittima del primo grande «complotto dei partiti». 

Breve nota di chiarimento metodologico: quando il soggetto è la coalizione, a complottare sono i partiti; quando il soggetto è il partito, sono le correnti; il gioco è lo stesso e tutte le altre regole restano invariate. 

E così, nel 1998, alla caduta del primo governo Prodi, nei panni del grande traditore c’è ancora D’Alema, anche se a togliere la fiducia al governo è Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista. Nel 2008, alla caduta del secondo governo Prodi, il pugnalatore è invece identificato in Walter Veltroni, anche se a innescare la crisi è Clemente Mastella. E non crediate che tutti coloro che si sono avvicendati prima, dopo e nel mezzo non abbiano a suo tempo consegnato alle stampe un fondamentale libro, o almeno una fondamentale intervista, per spiegare quanto e come anche i loro coraggiosi tentativi riformatori fossero finiti soffocati nelle spire implacabili dei partiti o delle correnti. Ma lo spazio è tiranno e bisogna arrivare a Zingaretti e ai giorni nostri, quindi sarà il caso di concentrarsi sul Partito democratico. E dunque.     

«Non farò agli altri quello che è stato fatto a me», dice il primo segretario del Pd, il già menzionato Walter Veltroni, annunciando le dimissioni il 18 febbraio 2009. Gli subentra il suo vice, Dario Franceschini, che neanche quattro mesi dopo, a giugno, annuncia in un video: «Avevo detto che il mio lavoro sarebbe finito a ottobre e pensavo di passare il testimone alle nuove generazioni. In questi giorni, però, ho visto riemergere molti errori, con l’emergere dei protagonismi e della litigiosità». 

Sulle nuove generazioni in attesa di ricevere il testimone da Franceschini sarebbe facile ironizzare, con il senno del poi (ma anche con quello del prima, onestamente, non è che fosse difficilissimo), qui però ci interessa la fedeltà al topos: la denuncia dei vecchi vizi, dei protagonismi e della litigiosità che riemergono costantemente, costringendolo, contro la sua volontà, a tenersi stretto il testimone e a ricandidarsi. Praticamente, un imperativo morale. Come dice Franceschini in quell’occasione: «Non posso, non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano molto prima di me». 

Fatto sta che in ottobre – 2009 – il congresso lo vincerà Pier Luigi Bersani, di cui Franceschini diviene subito il più fermo sostenitore (fermo forse non è l’aggettivo giusto, non lo è mai quando si parla delle scelte di Franceschini, ma ora non sottilizzate). E anche Bersani, quattro anni dopo, al momento delle dimissioni, non manca di puntare il dito contro i traditori, le correnti, il fuoco amico – per gli amici: Matteo Renzi – e di consegnare alle stampe, attraverso la penna dei portavoce Stefano Di Traglia e Chiara Geloni, la sua versione di quei «Giorni bugiardi». Quanto a Renzi, le sue invettive contro pugnalatori, traditori e fuoco amico – alla base della scelta di promuovere una scissione e farsi il suo proprio partito, come già Bersani e D’Alema prima di lui, e Francesco Rutelli prima di loro – sono troppo recenti perché ci sia bisogno di ricordarle.

Dunque nel tono e nelle parole del post su facebook con cui Zingaretti ieri ha annunciato le dimissioni non c’è molto di nuovo. La differenza rispetto al passato semmai sta nel fatto che prima, tanto ai tempi di Bersani quanto in quelli di Renzi, non era difficile capire a quali attacchi durissimi, a quali caricature, a quali operazioni di sabotaggio si riferisse il segretario in carica. Stavolta si fa fatica, tanto che alla comparsa della notizia delle dimissioni, tra giornalisti, ci si consultava per darsi ragione anche solo della tempistica. «Possibile mai che un segretario si dimetta per un’intervista di Luigi Zanda?», si domandava qualcuno. «E dove sarebbero questi terribili attacchi?». 

A stupire è anche l’incipit del messaggio, con quel perentorio: «Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid…». E chi sarebbero quelli che avrebbero parlato di «poltrone» in questi giorni? Si stenta a individuarli, a meno che in questo modo Zingaretti non intendesse riferirsi alle più che legittime critiche delle donne del Pd, dopo che i tre ministeri assegnati al partito nel governo Draghi sono andati ai tre principali capicorrente, tutti uomini. Quanto alle primarie, cioè al congresso, se in un partito è considerato addirittura offensivo anche solo parlarne, riesce arduo definirlo ancora democratico.

L’insieme di queste stranezze accredita l’impressione di una mossa compiuta a freddo, al solo scopo di passare in un lampo dalla parte di chi doveva dare conto dei risultati non brillantissimi della linea «o Conte o il voto» alla parte della vittima, da pregare affinché accetti di tornare a fare il capo, ovviamente in cambio della promessa che di congresso e discussioni sul merito delle sue scelte non si parli più neanche per scherzo. 

Può darsi che la mossa funzioni e tutto si risolva in un simile minuetto. Qualcuno dei dirigenti del Pd dovrebbe però cominciare a interrogarsi su quanto un tale modo di condurre il non-dibattito interno, alla lunga, possa giovare alla causa. 

Dal 2007 a oggi, non c’è corrente, per quanto piccola, che non abbia avuto il suo momento di gloria alla guida del partito, e non c’è leader che non abbia provato a rovesciare la responsabilità di ogni fallimento sulla natura infida e sleale delle correnti altrui. Un racconto che naturalmente ha finito per affermarsi in modo pressoché indiscutibile su giornali e televisioni, corroborato da un’infinita serie di testimonianze dirette, dando così all’opinione pubblica un’immagine del Partito democratico, delle sue correnti e della sua vita interna, persino peggiore della realtà. 

Due domande, al termine di questa rapida ricostruzione, restano dunque senza risposta. La prima è se alla loro età i dirigenti del Pd non dovrebbero avere imparato a discutere tra loro senza coprirsi di insulti e senza darsi di sabotatori e di traditori per interposti retroscena.

La seconda è: con democratici così, a che servono i populisti?

Da Linkiesta

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