Vita e polemiche di Tomaso Montanari, l’intellettuale da talk show in quota anti Draghi

Di Marco Fattorini

L’infatuazione per i Cinquestelle e quella strana somiglianza con Sigfrido Ranucci, il sogno di una biografia firmata da Travaglio e una lunga cronologia di litigi su Twitter. Lo studioso di Firenze andava a scuola con Matteo Renzi, ha una passione incontrollata per la politica e ammette: «Sono antipatico e inopportuno»

Il presidente del Consiglio Mario Draghi riapre il Paese? «È come Bolsonaro». Il governo studia la ripartenza delle attività? «Scommette sulla vita e la morte degli italiani contro l’evidenza scientifica». Non si salva nessuno, nemmeno il commissario straordinario Francesco Figliuolo. «Quel tizio in mimetica, loquace ma inconcludente». Bocciati senz’appello, anche perché il giudizio non arriva da un professore qualsiasi ma da Tomaso Montanari, l’intellettuale con l’elmetto in testa e la polemica sempre a portata di mano.

Stimato storico dell’arte, ordinario all’Università per Stranieri di Siena, saggista con la passione incontrollata per la politica. Decine di libri all’attivo, un’onorificenza del Quirinale. «Gli manca una M decisiva», scrisse Giuliano Ferrara. Capelli spettinati, occhiali tondi, una passione per le scarpe Birkenstock. Più di qualcuno ha notato una somiglianza con il conduttore di Report Sigfrido Ranucci.

Tomaso Montanari, come si direbbe in gergo televisivo, funziona. Si divide tra gli articoli sul Fatto Quotidiano e le dispute su Twitter. Nei talk lo chiamano in quota “anti-Draghi”. Provocazioni, invettive e titoloni. Un polemista per tutte le stagioni, con la penna biro in tasca. D’altronde è un affezionato sottoscrittore di appelli: dalla mobilitazione del 2013 per far eleggere al Quirinale Stefano Rodotà alla raccolta firme del 2021 per difendere la poltrona di Roberto Speranza al ministero della Salute.

Lui si descrive «antipatico, inopportuno, partigiano», con buona pace di Vittorio Sgarbi che l’ha definito «un triste snob di sinistra». A Firenze chi lo conosce bene racconta: «Ha una profonda cultura e una spropositata fiducia in se stesso, persino più di Sgarbi. Attacca frontalmente e qualche volta sbaglia bersaglio. Approfitta di una discussione per portarla alle estreme conseguenze con un limite grave, quello di non sapersi fermare e di sconfinare in toni offensivi». Tutta invidia? Chissà. Potesse scegliere, Montanari vorrebbe che la sua biografia fosse affidata alla penna di Marco Travaglio. L’ha detto davvero. Insieme cannoneggiano il governo dei freddi banchieri e dei presunti migliori dalle pagine del Fatto Quotidiano.

Nei pensieri del prof non c’è solo Palazzo Chigi. Il suo eloquio fluviale si accompagna al gusto per la polemica multidisciplinare. Ecco allora che Chiara Ferragni ha trasformato gli Uffizi nello «sfondo di un’influencer», il regista Franco Zeffirelli è diventato «un insopportabile mediocre», comunque un gradino sopra l’«orrenda» Oriana Fallaci. Agli atti anche un litigio con il compianto Philippe Daverio. Montanari gli diede del «mercante» per una disputa su un Burri messo all’asta negli Stati Uniti.

Tomaso è fiorentino. La sua è «una città in svendita». Il Partito Democratico «ha distrutto il Paese», per non parlare del ministro Franceschini che «ha devastato il patrimonio culturale italiano». A differenza del sindaco Dario Nardella che lo ha querelato, il ministro non se l’è presa. Qualche mese fa ha nominato Montanari presidente della Fondazione che gestisce il Museo Richard Ginori nel Comune di Sesto Fiorentino, dove il prof è consigliere del sindaco. Una pregiata collezione di porcellana ha seppellito le polemiche.

La passione per la cosa pubblica arriva da lontano. Il giovane Tomaso faceva il rappresentante d’istituto al liceo classico Dante di Firenze, lo stesso frequentato da Matteo Renzi, uno dei suoi bersagli preferiti, nonostante abbia partecipato a una Leopolda. Conosce l’ex presidente del Consiglio dai tempi delle superiori: «Si buttò nella politica scolastica con grande spregiudicatezza, la sensazione era che a lui importasse la visibilità, il consenso, l’arrivismo».

Critica spesso Matteo Salvini, ma la sinistra resta il suo campo preferito. Qui dispensa patenti: Letta è democristiano, Bonaccini di destra, Renzi «inciucia coi fascisti». Quando nel 2017 Giuliano Pisapia e Maria Elena Boschi vennero immortalati mentre si abbracciavano alla Festa dell’Unità, Montanari paragonò la scena alla Buona ventura di Caravaggio. Il quadro in cui una zingara, con il pretesto di leggere la mano a un giovane ingenuo, gli sfila un anello dal dito.

Studi alla Scuola Normale Superiore di Pisa, esperto di barocco, studioso del Bernini. In equilibrio tra arte e politica. Sempre a un passo dalla discesa in campo, puntualmente sfumata. Montanari è un po’ il Pablo Picasso della sinistra italiana. Durante la sua vita di intellettuale militante, passa da una fase all’altra. Oggi quasi cinquantenne, negli anni ha flirtato con reduci di sinistra radicale, armate grilline, nostalgici dei girotondi e popolo del No.

È stato tra i primi, a sinistra, a sostenere l’utilità di un’alleanza col Movimento 5 Stelle. In almeno due occasioni l’intellettuale fiorentino è arrivato a un passo da un incarico con gli uomini del Vaffa. La sua fase gialla, parafrasando la vita di Picasso. Nel 2016 Virginia Raggi lo voleva come assessore alla Cultura a Roma. Persino Massimo D’Alema ha alzato il telefono per provare a convincerlo. Lui ci ha pensato, lusingato dal fatto che «i Cinquestelle hanno costruito una parte importante del programma sulla cultura partendo dai miei libri». Ma poi ha declinato: «Non si può governare una città in cui non si vive tutti i giorni».

Eppure, si sa, tutte le strade portano a Roma. Nel 2017, dal teatro Brancaccio di via Merulana, Tomaso Montanari prometteva la rifondazione della sinistra insieme ad Anna Falcone, sotto la bandiera di Libertà e Giustizia. Un progetto ambizioso. «Vogliamo costruire una grande coalizione civica, alternativa al Pd, capace di portare in Parlamento quella metà del Paese che non vuole andare a votare», diceva lo storico d’arte. «La stagione del centrosinistra è finita». In compenso, la coalizione civile di Montanari non è mai iniziata. Il periodo rosso non è stato particolarmente fortunato.

Nel 2018 un nuovo avvicinamento al Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio lo voleva nella squadra di governo, ma le trattative si fermarono per la contrarietà di Montanari al vincolo di mandato. Così il prof è rimasto nelle vesti di consigliere del Movimento in materia di istruzione e cultura.

Oggi Montanari è tornato in trincea. L’avversario è il governo Draghi, «un gabinetto paleoliberista di destra». Dal fronte economico a quello sanitario. Tomaso il rigorista attacca senza tregua la politica del governo sulle aperture: «Stiamo correndo verso l’abisso». Si colloca al fianco dei virologi Massimo Galli e Andrea Crisanti. «È pesante il ruolo di Cassandra». Ma qualcuno deve pur farlo.

Nel suo periodo sanitario-rigorista non poteva mancare l’impegno politico. L’obiettivo resta quello del cantiere di sinistra-sinistra. A fine marzo Montanari ha partecipato a un’assemblea online di sei ore organizzata da Rifondazione Comunista per «costruire una proposta politica antiliberista, ambientalista e femminista alternativa ai poli esistenti». Un nuovo Brancaccio? Chissà. Il prof continua a twittare. Fedele, in qualche modo, alla massima di Pablo Picasso: «Se si sa esattamente che cosa si farà, perché farlo?»

Da Linkiesta

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