Uniti nelle differenze o divisi nell’unità?

girotondoIn Italia parlare di unità è un rito, parlare di integrazione è un dovere. Parlare invece di integrazione delle differenze italiane diventa esercizio difficile e spinoso, specie se si guarda alla nascita dell’Italia ed allo stato di integrazione degli italiani. Occorrerebbe una seria riflessione da parte di noi italiani circa le preziose premesse che fondano la costituzione elvetica, che si basano sull’affermazione del principio di molteplicità nell’unità, della valorizzazione delle diversità e della federazione delle differenze in una unità di popoli diversi che hanno voglia di stare insieme.

Questi principi appaiono in netta contrapposizione con l’approccio istituzionale italiano, che fra rito ed ipocrisia predica invece unità a tutti i costi, quasi rinnegando le diversità che costituiscono e sviluppano la nostra nazione, con la conseguenza di creare disparità, separatismi, abusi che derivano dalla pretesa di voler trattare allo stesso modo situazioni sociali drasticamente differenti fra loro. Servirebbe invece anche in Italia una reale integrazione delle differenze ed una unità di disuguaglianze per garantire una vera democrazia ed un welfare equo, obiettivo che potrebbe essere raggiunto istituendo un meccanismo di democrazia diretta fondato su governi federali e decisioni popolari, assegnando allo stato il ruolo di collettore ed arbitro istituzionale del sano contraddittorio e della civile competizione fra differenze territoriali.

La rinascita della società italiana sarà possibile solo ponendo fine dell’abuso di posizione dominante dello Stato in ogni settore del vivere sociale: istruzione, sanità, economia, servizi di pubblica utilità, giustizia.  Questo abuso, come storia insegna, tende infatti a standardizzare le differenze schiacciando le diversità ed è parimenti stato la principale causa di un debito pubblico insostenibile, frutto di una politica di Stato che ha preteso di fare da padre-padrone della società allo scopo di renderla dipendente dalla politica ed incapace quindi di costruirsi con le proprie mani un futuro sostenibile, così giustificando le inefficiente e gli sprechi della gioiosa macchina infernale dello stato.

Urge, prima di tutto, una svolta  nell’atteggiamento e nella cultura della gente, perché sia la società a decidere che cosa sia meglio per il suo destino, senza che sia lo stato ad imporglielo, nel peggiore dei modi e con un costo sociale insostenibile.

Questa svolta dal basso obbligherebbe la politica ed i politici – senza attendere i tempi biblici di uno stato che non vuole arrendersi all’evidenza – a fare un passo indietro rispetto alla società che pretende di essere padrona del proprio futuro, in ogni ambito del proprio vivere: dalle pensioni all’istruzione, dalla sanità alla giustizia, dal lavoro al tempo libero.

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