Un grande ‘fuck you’ a tutto l’establishment Usa – Mario Margiocco

2016-11-09t080946z_1492313367_ht1ecb90mnszx_rtrmadp_3_usa-election-trump-006-kguf-u170783232391gz-620x349gazzetta-web_articolo Donald Trump ha vinto,  Hillary Clinton lo riconosce, e in molti diranno che era impossibile prevederlo.
Impossibile immaginare anche che molti elettori di Barack Obama del 2012 e del 2008, come avvenuto soprattutto in Pennsylvania, Michigan e Wisconsin ma anche altrove, potessero passare sotto le bandiere di Trump.
Non è strano: entrambi i politici hanno cavalcato la promessa del “change”, e questa promessa gli elettori hanno premiato. È chiaro che, per molti, il cambiamento con Obama non c’è stato. E si prova ora con il miliardario di New York e un cambiamento che non sarà certamente dello stesso conio.
TRUMP SOTTOVALUTATO, OBAMA SOPRAVVALUTATO. La possibilità di un successo di Trump, così poco prevista non solo in Europa ma anche da tutto l’establishment americano della politica, dell’informazione, dei sondaggisti e dei politologi, è stata sottovalutata perché era stato sopravvalutato il successo di Obama, ma rientrava ormai da mesi nel novero delle possibilità, ed è stato scritto anche da Lettera43.it.
La presidenza di Barack non è stata né un fallimento, perché alcuni nodi li ha affrontati, ma nemmeno un successo, perché non ha cambiato affatto, disattendendo le promesse del 2008. Non sono mutate né le qualità del personale politico dell’esecutivo, né il clima generale di Washington, né i rapporti tra politica e finanza, né lo strapotere del lobbismo più invasivo e, secondo molti elettori, favorevole agli interessi di Wall Street, della lobby sanitaria, di quella informatica, ma non della gente comune.
Proporre come candidato Hillary Clinton, che insieme al marito Bill ha fatto della Fondazione Clinton un centro raffinato di lobbismo d’alto bordo, non è stato lungimirante.
E quindi  la scena politica americana  l’8 novembre 2016 è cambiata.
I DEM PERDONO NELLE LORO ROCCAFORTI. Hillary ha perso cinque o sei Stati dove i democratici vincevano da 20 anni e più, il Wisconsin considerato così sicuro da non meritare nella lunga campagna elettorale nemmeno una visita del candidato democratico, è stato perso nettamente, e a Trump è andato anche il vicino Michigan, altro Stato considerato sicuro, e ugualmente è andata la strasicura, secondo molti strateghi democratici, Pennsylvania.
La Florida, dove uno sforzo eccezionale con la comunità ispanoamericana avrebbe dovuto assicurare la vittoria,  è ugualmente andata a The Donald.
Il Partito democratico ha dimenticato che alle primarie Michigan e Wisconsin erano stati vinti da Bernie Sanders, controaltare a sinistra di una protesta analoga a quella che, vedremo presto con quale credibilità, Trump è riuscito a interpretare sul fronte opposto.

L’appoggio di Barack a Hillary, un boomerang

.La strategia di Trump, chiaramente annunciata da tempo, è stata quella di puntare su una marcia nella rust belt, la fascia degli impianti arrugginiti, che corre nel Midwest dalla Pennsylvania al Wisconsin. Derisa, ritenuta impraticabile, la strategia ha funzionato e l’upper Midwest ha dato al Gop una vittoria oltre le loro stesse speranze.
Neppure molti repubblicani credevano in questa strategia, ai vertici del partito. Trump ha fatto una campagna anti-establishment a tutto tondo, contro i vertici democratici ma anche spesso contro quelli repubblicani. Ha avuto coraggio e tenacia, resta da vedere se avrà saggezza e lungimiranza.
HILLARY RICONOSCE LA SCONFITTA A FATICA. La squadra di Hillary Clinton ha inizialmente reagito male, tra lo sconcerto e la rabbia, e in un breve intervento il responsabile della campagna democratica (ed ex capo dello staff di Obama) John Podesta ha detto attorno all’una di notte ora di New York che ogni voto dovrà essere contato e che la partita non è chiusa. Più tardi Hillary Clinton ha telefonato per riconoscere la vittoria dell’avversario.
Molti hanno lodato e ammirato l’impegno dimostrato dal presidente Obama e dalla first lady Michelle a favore di Hillary Clinton. Ma come nel corso della notte hanno fatto notare, a caldo, alcuni commentatori americani, forse il tutto è stato più controproducente che utile perché ha confermato l’impressione, giusta o sbagliata, che il potere si sostiene a vicenda e che quindi l’unica soluzione è dare al tutto una spallata.
Così come forse ha fatto più danni che altro, è stato anche osservato a caldo nella notte sulla Cnn, la grande kermesse tenuta lunedì 7 novembre all’Indipendence Hall di Philadelphia, presenti Hillary, Barack e Michelle Obama, Bruce Springsteen e Bon Jovi: «Troppe persone di successo che guadagnano milioni pronte a sorreggersi a vicenda».
UN’AMERICA SEMPRE PIÙ SPACCATA IN DUE. Ormai la spaccatura del Paese e la sfiducia verso i suoi dirigenti è arrivata a questo. E ha spianto la strada all’immobiliarista  miliardario improbabile, fino a prova contraria, portavoce dei perdenti della globalizzazione della deindustrializzazione e della delocalizzazione.
Obama aveva promesso nel 2008 di riunificare un’America divisa. Ha sostenuto a spada tratta Hillary Clinton come sua erede. Gli americani con una certa chiarezza hanno risposto: «No grazie».
Giorni fa il cineasta e saggista Michael Moore, di fede progressista e populista, ha dichiarato che una vittoria di Trump sarebbe stata il più sonoro ‘fuck you’ lanciato a Washington e a tutti i centri di potere economico che lì si accasano per fare della politica il proprio orticello.
Il “vaffa” c’è stato. E cambia molto. I mercati lo hanno preso male perché si apre una fase di incertezza, con un Trump che vuole rinegoziare importanti trattati commerciali.
Per l’Europa non sarà una fase semplice. Dopo 70 anni di multilateralismo e guida del mondo occidentale l’America torna a occuparsi prima di tutto di se stessa.
Il mandato degli elettori sembra chiaro. Se Trump ha doti di vero uomo di Stato dovrà rappacificare il suo Paese ed essere per gli alleati, se riterrà ancora di averne, un primus inter pares affidabile e lungimirante e non uno spauracchio .

Da Lettera43

 

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