Ucraina, un Paese vittima di oligarchi – Stefano Grazioli

yanukovich Sono passati tre anni da quando alla fine di novembre del 2013 partirono le proteste contro l’allora presidente ucraino Victor Yanukovich, sfociate poi nel bagno di sangue di Maidan e nel cambio di regime nel febbraio del 2014.
Il 21 novembre cominciò la rivolta quando arrivò l’annuncio ufficiale che Kiev non avrebbe firmato l’Accordo di associazione con l’Unione europea: migliaia di persone scesero in piazza nella capitale ucraina per manifestare contro una decisione in realtà presa da mesi, dopo che Yanukovich si era rifiutato di liberare Yulia Tymoshenko, l’ex premier finita in galera per abuso d’ufficio e considerata da Bruxelles una prigioniera politica.
IL PRETESTO EUROPEISTA. L’Europa e gli Stati Uniti si affiancarono all’opposizione, attizzando il fuoco di una rivoluzione che col pretesto europeista si trasformò in una crociata contro il presidente.
Yanukovich, appoggiato dalla Russia che promise valanghe di rubli e sconti sul gas, resistette sino all’ultimo e non servì il compromesso controfirmato da tre ministri europei, con la Germania in prima fila, a evitare il disastro.
Per non essere appeso per i piedi a Maidan, il presidente fuggì a Mosca e il nuovo governo filo-occidentale guidato da Arseni Yatseniuk si insediò a Kiev alla fine di febbraio del 2014.
Il resto è riassunto in poche righe, dall’annessione in quattro e quattr’otto della Crimea da parte della Russia alla guerra nel Donbass che ancora non è finita.
GLI OLIGARCHI DI SEMPRE. L’Ucraina è retta ora da Petro Poroshenko, oligarca passato dalle barricate alla Bankova, Yatseniuk è finito nel dimenticatoio e al suo posto c’è Volodimir Groisman, delfino del presidente.
Gli oligarchi di sempre, da Rinat Akhmetov a Igor Kolompisky, da Victor Pinchuk a Dmitri Firtash, dettano le regole dentro e fuori il parlamento e il sistema ucraino è marcio quanto lo era prima, se non di più.
Persino l’ex presidente georgiano Mikhail Saakashvili ha abbandonato un paio di settimane fa la poltrona di governatore di Odessa, accusando Poroshenko e compagni di essere corrotti sino al midollo.
In sostanza nulla di nuovo, sapendo come vanno le cose in Ucraina da sempre e considerando il fatto che la rivoluzione arancione del 2004 aveva fatto la medesima triste fine.

La catastrofica strategia dell’Occidente

Anche allora i personaggi erano gli stessi, da Yanukovich a Tymoshenko, da Poroshenko ad Akhmetov.
Se il vincitore ufficiale del 2004, Victor Yushchenko, è sparito dalla circolazione come quello del 2014, Yanukovich, il prodotto non è cambiato.
A peggiorare la situazione c’è però una guerra ancora in corso e una penisola che appartiene adesso a un altro Stato.
L’Ucraina si è smembrata a causa non solo dell’intervento russo, ma anche per la catastrofica strategia occidentale che ha fomentato una rivoluzione andata fuori controllo.
IL FALLIMENTO DI ODESSA. I tentativi di risanare il Paese stanno fallendo anche per colpa di quegli attori che Bruxelles e Washington hanno creduto diversi da Yanukovich e che in realtà gli somigliano molto, almeno per quel riguarda la gestione del potere.
Il laboratorio a stelle e strisce di Odessa, con Saakashvili cooptato per volere americano, importato da quella Georgia che ancora lo vuole dietro le sbarre per abuso di potere, è saltato per aria dopo nemmeno due anni di prova e con l’ex presidente se ne stanno andando tutti i quadri georgiani che si era portato appresso.
L’AIUTO DEL FMI. I ministri stranieri, che tanto avevano fatto scalpore nel primo governo Yatseniuk, sono stati tutti silurati e a Kiev i molti advisor targati Bruxelles pare che non riescano a mettere in carreggiata una macchina che segue solo i comandi degli oligarchi.
Se l’Ucraina non è ancora affondata del tutto, lo si deve in parte anche al Fondo monetario internazionale che, dopo aver bloccato per un anno il programma di aiuti avviato nel 2014, ha comunque deciso di sborsare una nuova tranche nella speranza che qualche riforma promessa arrivi in porto.
LE SPERANZE INFRANTE. Nel quadro desolante globale, a essere messi peggio sono naturalmente gli ucraini, soprattutto quelli che avevano riempito Maidan tre anni or sono.
La speranza di un cambiamento si è infranta contro l’incapacità di rinnovamento della classe politica e l’immobilità di un sistema governato da un’oligarchia poco illuminata.
A Kiev si scaricano le colpe del fallimento sulla Russia, vista come l’origine di tutti i mali, come se il destino del Paese fosse nelle sole mani di Vladimir Putin. Il Cremlino può certo dire la sua nel Donbass, Poroshenko è stato eletto però a furor di popolo dagli ucraini, non dai russi.
ACCORDO SOLO SULLA CARTA. Non è una novità che le rivoluzioni vengano tradite, sia dai padroni di casa che da chi ci ha messo lo zampino da fuori. I manifestanti di Maidan volevano l’Ucraina in Europa, qualcuno avrebbe dovuto raccontare già allora che l’Europa forse non aveva proprio intenzione di spalancare le porte a Kiev.
L’Accordo di associazione è stato sì subito firmato nel 2014, ma, solo per fare un esempio, la liberalizzazione dei visti, sbandierata da Poroshenko già nella campagna elettorale di due anni fa, deve ancora venire. Per non parlare ovviamente di tutto il resto.

 

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