Trent’anni fa finì la Balena Bianca (ma non era vero)

di Marcello Veneziani

Il 26 luglio di trent’anni fa finiva l’eterna Dc. Anche l’eternità aveva fatto il suo tempo. Fu l’esperienza più longeva di potere nella storia dell’Italia unita, durò più del doppio del fascismo, non lasciò mai il potere per circa mezzo secolo, e neanche dopo. Dopo che la Dc chiuse i battenti, c’erano più parlamentari democristiani disseminati tra i due poli, nei parlamenti della seconda repubblica, che ai tempi dello Scudo crociato. Fino a poco tempo prima del suo liquefarsi, e mutarsi provvisoriamente in Partito Popolare, eravamo tutti convinti che la Dc fosse un ghiacciaio eterno, un monumento perenne; la minaccia peggiore per coloro che non lo erano, era “morirete democristiani”. E invece un giorno di mezz’estate di trent’anni fa, a morire fu lei, la Dc, e scelse la faccia giusta per le esequie, quella di Mino Martinazzoli.
Non morì del tutto e per davvero, altre dc si moltiplicarono nel tempo e il ceto democristiano sotto falso nome rioccupò il potere e il sottopotere, riempì le dispense del paese, un po’ come le scatolette della carne Montana nella pubblicità. Tuttora c’è un Mattarella al Quirinale e il gran ciambellano della Repubblica è sempre quel Bruno Vespa, per non dire di tutto il resto…
La Dc assunse fattezze teologiche, non percepibili a occhio umano, ma la sentivi fiatare ogni giorno, nelle pieghe del vivere civile, delle istituzioni, della tv, del Paese. Coerentemente con la sua matrice cristiana, la Dc acquisì il dono dei santi, si fece Partito Metafisico e Ubiquitario, luogo paranormale di mediazione tra le opposte delusioni. L’eternità democristiana sfida i secoli, la calura e il maltempo e sopravvive anche al decesso dei suoi leader terreni (l’ultimo fu Forlani). Perché la Dc è davvero il Partito Italiano, come Agostino Giovagnoli intitolò anni fa la biografia della Balena Bianca. La Dc è stata veramente l’ultima autobiografia della nazione. Un minestrone visceralmente italiano per masse casalinghe, dette massaie. Non so se la Dc sia stata un bene o un male; da ragazzo pensavo che fosse un male, condividevo Pasolini che la definiva “il nulla ideologico mafioso”. Ora penso che sia stata una via di mezzo, a ogni livello; ci poteva andare meglio, ci poteva andare peggio. Non rappresentò l’Italia eroica né quella fanatica, ma l’Italia modesta, senza grilli per la testa, che tira a campare, non ha grandi progetti ma non commette gravi errori, vive e lascia vivere. La Dc è un seminterrato nelle nostre coscienze, attraversa il paese come una metropolitana. Fu un evento naturale come la pioggia, ma non fu un evento meteo estremo, ci ricorda il tempo in cui anche il caldo, la pioggia e i venti erano moderati.
A volte avevi l’impressione che i dc erano un aggregato di poteri sparsi, senza un filo conduttore; un po’ come “fare abitare tutti i Giuseppe in un solo quartiere”, come scrisse Giorgio Manganelli di alcune collezioni senza collante. Ma la Dc un collante ce l’aveva, qualcuno lo chiamava potere: il collante che li univa era la loro ideologia.
Scriveva Prezzolini che la fine dello Stato pontificio fu una benedizione per la Chiesa che uscì dal suo territorio ristretto e si insinuò dappertutto; la stessa cosa può dirsi della Dc: quando finì di essere un partito si fece epidemica, con la sua assente presenza, ingombrante e disincarnata. Già quando governava, gli elettori dc si defilavano, non si dichiaravano tali, quasi si vergognavano e non solo quelli che praticavano il voto clientelare di scambio; dai sondaggi pareva quasi in via d’estinzione; poi, nell’urna, la Dc restava sempre il primo partito. Era il mistero di Fatima della politica nostrana: tutti la portavano addosso ma nessuno la dichiarava alla dogana.
La forza della Dc fu la sua duttilità, non oppose mai resistenza alle cose, ma assecondava il loro corso per tentare poi di orientarlo, di piegarlo, di ammorbidirlo. Era resiliente prima che si scoprisse la parola. Una specie tecnologicamente avanzata di dorotei recita sottovoce ogni giorno lo pseudo-crociano “perché non possiamo non dirci democristiani”. I democristiani forse un giorno sopravviveranno anche al tramonto del cristianesimo.
Per dirla in breve. La Dc fu la maglia della salute degli italiani, un animale domestico che molesta e intenerisce perché ci riporta al tempo andato. Esiste ancora, come per gli orfani di guerra e gli handicappati, una quota seggi riservata agli ex dc. La Dc fu contagiosa: il fascismo fu virile, la Dc virale. In medio stat virus. La Dc garantì comode continuità con lo Stato sociale fascista e aree fabbricabili alla sinistra nella cultura, nei tribunali, tra coop, sindacati ed enti locali. Fu la versione mammista del paternalismo fascista e la sorella bigotta della fratellanza comunista. Fu un ombrello materno per ripararsi dalla bufera del Novecento: offrì alle due italie insanguinate dalla guerra civile la fuoruscita dalla storia a tariffe agevolate. Fu il partito dell’amnistia, dell’amnesia e dell’ammuina. Più che il partito di Cristo fu il partito di Ponzio Pilato, almeno fino all’operazione Mani pulite. Fu il partito americano, ci piazzò il Pacco Atlantico. Garantì una serena lungodegenza al riparo dalla storia, con vitto e alloggio. Barattò il senso dello Stato con lo statalismo, badante obesa e inefficiente ma comoda e indulgente. Ci salvò dal comunismo, non dal conformismo né dal consumismo. Garantì la libertà, non la dignità. Ogni mattina i democristiani andavano a messa per fare il pieno di santità, in modo da consumarlo in piccoli peccati lungo il giorno.
E poi i suoi protagonisti. Andreotti restò per sempre un interrogativo, illustrato dal suo stesso fisico curvo. Fanfani fu un mezzo De Gaulle, anche nella statura e nelle ambizioni. Moro, il narcostatista, prendeva gli avversari per stanchezza, ma la sua mollezza fu alla fine ripagata col sangue. De Gasperi fu il mito fondatore della Dc; Ciriaco la demitizzò. Scalfaro fu la sua estrema unzione, Segni la sua urna funeraria, Martinazzoli il suo funerale, Cossiga la sua autopsia e Mattarella la sua mummia, rianimata dalla rielezione. Il massimo ideologo della Dc fu Orietta Berti che teorizzò: finché la barca va lasciala andare. A volte rimpiango anch’io la Dc; ma lo faccio in bagno, di nascosto, nel pieno delle funzioni corporali. Chi vuol rifondare la Dc deve prima dimostrare che sia mai scomparsa.

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