Tolto il finanziamento pubblico? La solita bufala

partitiIl presidente del Consiglio, come noto, con un bliz ha tolto al Senato la proposta di legge sul finanziamento pubblico dei partiti e ne ha fatto oggetto di un decreto, approvato dal Consiglio dei ministri di qualche giorno fa. Risposta rapida al “successo” di Renzi – si dirà – che aveva imposto il trasferimento alla Camera del dibattito sulla riforma elettorale. Se si trattasse di una sana corsa alle riforme utili e necessarie, sarebbe una buona cosa; ma nella sostanza c’è molto fumo e poco arrosto.

Anche perché il fragore delle fanfare che hanno annunziato il provvedimento non ha permesso a tutti di capire che solo dal 2017 il nuovo sistema entrerà a regime sostituendo i contributi dei cittadini, come il 2×1000 sulla dichiarazione Irpef e le donazioni in vigore, al finanziamento pubblico. E qui c’è già qualcosa da rilevare: il 2×1000 significa sottrarre alle casse dello Stato una parte delle tasse che avrebbe raccolto: quindi si tratta pur sempre di finanziamento pubblico; analogamente lo Stato rinunzierà ad altre tasse grazie alle agevolazioni fiscali concesse per le donazioni liberali. È vero che i cittadini sceglieranno a chi dare i propri contributi: sarà una specie di voto annuale. Ma sarà anche un voto pubblico nel senso che è possibile identificare a quale partito è stato destinato il singolo contributo personale. Non contrasta questo con il dettato costituzionale sul voto segreto e individuale? A partecipare al 2×1000 potranno accedere tutti i partiti che abbiano concorso almeno alle elezioni per un consiglio regionale e siano riusciti ad eleggere un deputato o un senatore o un europarlamentare.

Nella sostanza, questo è un modo per favorire chi è già “dentro” rispetto a chi è “fuori”. Poiché “a pensar male…”, con quello che segue, c’è da chiedersi anche se, in qualche modo, i cittadini (ad esempio gli imprenditori o chi è comunque in carriera all’interno di una qualsiasi struttura pubblica o privata) potrebbero essere discriminati. Non sarebbe stato tanto più semplice fissare una quota, molto bassa, ad esempio 50 milioni di euro all’anno, da distribuire ai partiti in base al numero dei parlamentari eletti, come in Spagna, con una modalità molto più semplice e trasparente, da sottoporre al controllo della Crote dei Conti, senza passare per la dichiarazione dei redditi, e consentire comunque le donazioni da rendere (come del resto si farà) pubbliche sui siti web dei singoli partiti? Chi ha fatto i conti, ritiene che, a regime, cioè dal 2017, il finanziamento costerà allo Stato 72 milioni di euro all’anno: 45 milioni dal 2×1000, 15 milioni circa per le detrazioni, e il resto per la Cig e i fondi di solidarietà: tutto contro i 91 milioni attuali. Nella fase transitoria 2014-2016, il taglio risulterà comunque minimo: 269 milioni anziché 273. Tanto chiasso per 4 milioni!

C’è poi da rilevare che il finanziamento pubblico ai partiti (sotto forma di rimborso delle spese elettorali), non può essere identificato, come si tenta di fare apparire, con i “costi della politica”, che sono ben più consistenti e si dividono in due categorie: la prima, più appariscente, ma quantitativamente meno significativa, è legata ai diversi tipi di emolumenti che ricevono coloro che occupano cariche politiche, a livello centrale e locale, e ai finanziamenti delle relative istituzioni (Parlamento, Quirinale, Governo, Regioni, ecc.) sui quali la magistratura “scopre” innumerevoli “imbrogli” (termine generico). La seconda, più importante, è la “tangente”, sotto forma di “riconoscimenti” (termine generico) che le imprese, grandi e piccole, versano ai politici che hanno il potere di influenzare le decisioni di diversi organismi pubblici a vario titolo erogatori di fondi pubblici. Nella fattispecie concussione/corruzione si possono riscontrare venti tonalità di grigio.

È questa la fetta più grossa, dove le complicità sono più difficili da determinare, e che colpisce più direttamente l’economia italiana nel suo complesso. È la zona dove pubblico e privato si incontrano e si confondono, dove politica, pubblica amministrazione e affari formano quel nodo che sta strangolando il Paese. Un nodo che le leggi, che pure esistono, non riescono, da tempo immemorabile, a districare, anche se talvolta il lavoro dei Tribunali è lodevole. Se si parla di economia sommersa per 270 miliardi, di economia criminale per 70 miliardi e di evasione fiscale per 130 miliardi: crediamo che ciò non dipenderà solo dai cinesi di Prato o dagli ambulanti o dagli idraulici o dai carrozzieri che non rilasciano fattura? Fanno molta tristezza, per non dire altro, questo tipo di riforme annunciate.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.