Tasse ieri e tasse domani

riforma-catasto-valore-casaNel consuntivo di fine mandato, Monti vanta vari successi ma riconosce lealmente che le tasse non è riuscito a diminuirle.

L’ultimo tentativo era presente nella iniziale stesura della legge di stabilità., che prevedeva di diminuire di un punto le due aliquote inferiori dell’Irpef.

E’ andato a vuoto, quando si è visto che allora bisognava tagliare molte detrazioni e aumentare anche l’aliquota agevolata del 10% dell’Iva, finendo con l’aggravare proprio la situazione dei meno abbienti, che nelle buone intenzioni si voleva alleviare.

E purtroppo il 2013 sarà ancora peggio. Il botto sarà a luglio, con l’aumento di un punto di Iva normale, dal 21 al 22%, che equivale a un prelievo di 4,2 miliardi di euro; e a fine anno ci sarà la “patrimonialina” di 0,15% sul valore degli investimenti finanziari. Ma già a gennaio arriva una raffica di aumenti. Piccoli ritocchi tariffari su televisione, poste, autostrade, treni, aerei. Va a regime il bollo di 34,2 euro (non 35, viene da ironizzare, per via della semplificazione!) su conti correnti e libretti di risparmio con giacenza media sopra i 5mila euro. Si comincia a pagare la cosiddetta Tobin Tax sugli atti di compravendita di titoli. E infine c’è la novità della Tares, che sostituisce e rincara la Tarsu perché copre sia il costo dell’asporto rifiuti sia i servizi indivisibili che il comune offre al cittadino, tipo illuminazione e manutenzione stradale.

Sacrifici pesanti ma necessari; con la consolazione che molto probabilmente saranno gli ultimi, sempre che la caccia al voto nella campagna elettorale, già iniziata male con la promessa berlusconiana sull’Imu, non ci faccia mancare all’ultimo il traguardo del risanamento finanziario, facendoci ricadere nelle illusioni che abbiamo pagato a caro prezzo. Prima della fine dell’anno, infatti, il mondo dovrebbe ripartire, sia pure a velocità ridotta, e noi pure dovremmo agganciare il treno della ripresa.

Nel frattempo bisogna lavorare lungo le linee suggerite dall’agenda Monti che si auspica possa diventare un terreno d’incontri programmatici più vasti. Sotto molti profili, infatti, essa contiene il “common sense” della politica economica per un paese con alti livelli di debito, di spesa pubblica, di disoccupazione giovanile e femminile, di evasione fiscale, di corruzione e inefficienza amministrativa.

Un paese, quindi, che non può allargare subito i consumi in deficit, ma può e deve attuare una serie mirata di ben calibrate agevolazioni entro il vincolo del pareggio di bilancio: manovre per il lavoro, l’ esportazione, la ricapitalizzazione delle imprese; e insieme, un’ulteriore e dura lotta per la liberalizzazione dei servizi e la modernizzazione dell’apparato pubblico, in particolare di quello giudiziario. Tra le priorità segnalo ancora una volta la riforma del catasto. E mi sia eccezionalmente consentito di confessare al riguardo una ragione personale.

Perché la finanza comunale che si è venuta affermando negli ultimi tempi, sia pure con passi avanti e indietro, recepisce in buona parte le linee guida suggerite quasi vent’anni da me e Cesare Dosi, che fummo gli estensori di tale capitolo nel Libro bianco di Tremonti del 1994, avviato allora come riforma bipartisan: maggiore autonomia comunale e finanziamento essenzialmente di tipo immobiliare ordinario, con una prospettica abolizione dell’imposta di registro e con una duplice imposta annuale sugli immobili, una sui proprietari, l’attuale Imu, e una sui residenti, la nuova Tares appunto

. Ma tutta questa costruzione si reggeva sul presupposto di rivedere e rendere affidabile, anche in senso dinamico, il catasto, perché l’inasprimento dell’imposizione immobiliare, allora suggerito e oggi attuato, rende intollerabili le ingiustizie legate a valutazioni incoerenti.

Anche in questo campo vale il cuique suum, e non vorrei avere più responsabilità morali di quelle che mi competono.

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