Spending review. Il coraggio delle scelte

spending-reviewLa spending review deliberata dal Governo ha creato diffuse delusioni: “solo” 4,2 miliardi di risparmio previsti per il 2012.

È invece un risultato straordinario, considerando che si limita alle spese dello Stato e non tocca la finanza locale; e il timore è semmai che la previsione sia azzardata.

Ai critici vale la pena di ricordare l’ attacco di Tommaso Padoa Schioppa alla vista corta dei politici.Ossessionati dalle scadenze elettorali, essi sono indotti a privilegiare il breve sul lungo periodo, dimenticando che il vero progresso sta nell’avanzare con tenacia, giorno dopo giorno, su un percorso tracciato da coraggiose scelte strategiche. Il ricordo è appropriato non solo perché fu proprio Padoa Schioppa, allora Ministro dell’economia nel secondo governo Prodi, a introdurre in Italia la sistematica revisione della spesa, istituendo a tale scopo la Commissione tecnica per la finanza pubblica, ma anche perché l’essenza stessa della revisione della spesa richiede la vista lunga.

Rivedere la spesa, alla ricerca di come “spendere meno e spendere meglio”, significa infatti smontare la macchina pubblica – strutture e procedure – e cercare di rimontarla con strutture più leggere e procedure più snelle. Se il gioco riesce, è un risparmio per il bilancio pubblico ma anche un guadagno per la democrazia e perfino per l’etica pubblica, perché la complessità degli apparati ostacola il rapporto tra cittadino e Stato e rende più facile la corruzione. Ma per quanto intessuta di sapienza e coraggio, la revisione va sempre condotta in un contesto di diritti acquisiti dai cittadini e di non licenziabilità degli impiegati pubblici di ruolo, per non parlare dei vincoli costituzionali che ad esempio salvano le regioni a statuto speciale.

Valga l’ esempio di una delle più note e ancora non applicate proposte della Commissione: la drastica riduzione delle Prefetture, in cui accorpare, come già suggerito da Bassanini nel 1997-98, tutti gli uffici periferici dello Stato. Ben poco si risparmierebbe nell’immediato. Il guadagno forte lo si realizzerebbe nel medio periodo, riducendo le assunzioni, liberando immobili, facendo fare alle pratiche un giro più corto, sostituendo il collegamento telematico a quello postale, ecc. Senza contare il vantaggio per il cittadino, che vedrebbe diminuire gli spostamenti e le attese.

La citata Commissione, che ebbi l’onore di presiedere nel suo breve arco di vita (poco più di un anno prima di venire sciolta a metà 2008 dal nuovo Governo), produsse una lunga lista di raccomandazioni, senza peraltro formulare previsioni precise di risparmi: mancanza di tempo, ma anche giudizio di non priorità. Considerava più importante individuare le riforme che garantivano un risparmio significativo, anche se imprecisato. Era l’approccio contrario rispetto alla precedente politica dei tagli lineari che per definizione poteva indicare con certezza vistosi risparmi immediati, mentre lasciava ai singoli ministri e ai loro direttori generali il compito di trovare il modo di conseguirli. I risultati sono noti.

Dopo un’effimera compressione, la spesa pubblica corrente riesplose e la qualità dell’amministrazione pubblica risultò peggiorata, perché ai tagli lineari, ai blocchi delle assunzioni e degli stipendi e al ritardo dei pagamenti ai fornitori, avevano fatto seguito l’aumento e la successiva assunzione dei precari, l’abbondanza delle promozioni, il gonfiamento dei prezzi di acquisto.

I fallimenti passati hanno appunto insegnato a concentrarsi sul come: il quanto seguirà a tempo debito e sarà effettivo e duraturo. Con questo spirito bisognerà affrontare nel merito le indicazioni che emergeranno dalle analisi governative. Saranno criticabili se insufficienti a trasformare in meglio l’apparato pubblico, non se incapaci di soddisfare le pretese di grandi risultati “qui e subito”.

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