Si salvi chi può: qui non salta il governo, qui salta l’Italia

 Filippo Monteforte

La crisi tra Lega e Cinque Stelle non ci sarà, forse. La lettera della Commissione Europea – “deviazioni senza precedenti nella Storia” – sarà solo la minaccia vuota di un’istituzione delegittimata, forse. La valutazione delle agenzie di rating sarà benevola, perché l’Italia non è la Grecia ed è dura prendersi la responsabilità di farla saltare, forse. I mercati prima o poi si calmeranno e lo spread scenderà, forse. Lo stato delle cose è tutto qua: un Paese appeso a quattro speranze, a quattro “forse” che lo separano da una crisi di sistema mai così vicina.Crisi di sistema, per la cronaca, vuol dire spread oltre il livello di guardia, panico bancario, stipendi pubblici a rischio, il tutto aggravato da un più che probabile scontro istituzionale, tra l’Italia e l’Europa, tra Palazzo Chigi e il Quirinale, visto il consenso plebiscitario di cui code il governo.

Non bastassero questi, aleggia pure il conflitto tra Salvini e Di Maio a completare il quadro. Comunque lo si voglia leggere, il caso del maxi condono e della manina è tutto politico e risulta in uno scambio di colpi bassi, violentissimi, tra i due vicepremier. Quello leghista, che evidentemente si è rimangiato la parola data, portando avanti un provvedimento di cui non c’è traccia nel contratto di governo. Quello pentastellato, che ha fatto esplodere il caso pubblicamente, a Porta a Porta, accusando velatamente l’alleato di essere amico dei mafiosi. Comunque vada finire, anche in caso di ricomposizione, la fiducia reciproca se n’è andata. Se mai sarà scontro con l’Europa, saremo guidati da due leader che si temono a vicenda. Ottime premesse.

Rimane Mattarella, quindi. Il creatore e supremo guardiano del Frankenstein che governa l’Italia, l’unico su cui istituzioni, leader internazionali, mercati, cittadini spaventati ripongono qualche speranza di contenimento di questa crisi a mille strati. Qualche, non tutte. Perché Mattarella non è Napolitano, innanzitutto, e non sembra avere né la forza, né l’indole per prendere in mano la situazione nel caso le cose finiscano per precipitare. Perché, soprattutto, sembra non aver presa su nessuna delle due forze di governo, nonostante i buoni rapporti con Giancarlo Giorgetti, il Richelieu di Salvini, e con Luigi Di Maio, molto legato a Ugo Zampetti, segretario generale del Quirinale.

Il problema è il consenso, alla fine. Croce e delizia di Lega e Cinque Stelle. Talmente popolari da esserne ormai dipendenti, come fosse una droga. Senza sostegno popolare, del resto, sarebbero spazzate via in cinque minuti

Il problema è il consenso, alla fine. Croce e delizia di Lega e Cinque Stelle. Talmente popolari da esserne ormai dipendenti, come fosse una droga. Senza sostegno popolare, del resto, sarebbero spazzate via in cinque minuti, per i rischi che la loro spregiudicata azione di governo porta con sé. Ma nello stesso tempo, proprio l’estenuante ricerca di consenso li porta a far scoppiare un problema al minuto, a sfidarsi a chi la spara più grossa ogni singolo giorno in Terra, ad alzare la temperatura dello scontro contro qualunque ombra sia percepita come élite.

L’esito lo conosciamo: le elezioni europee e il più che probabile plebiscito sovranista che metterà in ginocchio ogni residua resistenza. Attenzione, però: perché proprio ieri Sebastian Kurz, cancelliere austriaco, leader di una coalizione che ha tra le sue fila l’estrema destra sovranista di Heinz-Christian Strache ha sparato a zero contro il debito italiano, invitando l’Italia a rispettare le regole come avrebbero potuto fare Dombrovkis e Moscovici. Segnale più che evidente che anche dovessero andare al potere gli amici di Salvini l’andazzo nei confronti dell’Italia non migliorerebbe. Anzi, probabilmente assisteremmo a scontri molto meno mediati dal savoir faire istituzionale dei vecchi eurocrati. E a politiche monetarie ancor meno accomodanti di quelle di Mario Draghi, il cui successore sarà designato a fine 2019.

Siamo alla resa dei conti finale, quindi? Di sicuro il piano è pericolosamente inclinato, e ieri si è inclinato ancora un po’. Nel frattempo, dice un sondaggio, l’Italia è diventato il Paese più euroscettico del continente: solo il 44% dei nostri connazionali, ora come ora, voterebbe Sì a un referendum per rimanere nell’Unione Europa (contrario il 24%, indeciso il 32%). Manca solo l’ultima spinta, insomma. E se fossimo proprio noi a darla, convinti che ci salveremo, come al solito, in qualche modo?

Da: Linkiesta

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