Sforare il deficit (ma strizzando l’occhio all’Europa): ecco la strategia Gualtieri per la manovra

Di Stefano Cingolani

Il governo è fatto, adesso bisogna governare. E cominciano i guai dovuti alla composizione di questa bizzarra maggioranza giallo-rossa, agli equilibri parlamentari, alla filibustering della Lega che controlla 11 commissioni parlamentari tra le quali quelle che incidono direttamente sulla politica di bilancio. E i primi guai saranno senza dubbio per Roberto Gualtieri, perché il ministro dell’economia piddino (torna a palazzo Sella un politico puro dopo otto anni), già la prossima settimana sarà battezzato suoi colleghi dell’Ecofin. Non c’è molto tempo per redigere la legge di bilancio per il 2020 e si levano alti i soliti lamenti: tagli, deficit, macelleria sociale, patrimoniale e via via piangendo. Calma e gesso. Questo non sarà il governo dell’austerità, anche perché nella stessa Unione europea il clima sta cambiando. L’audizione di Christine Lagarde lo dimostra.

Certo, l’Italia parte con un handicap pesante: 27 miliardi, 23 per evitare l’aumento dell’Iva e 4 per le spese insopprimibili. Poi c’è la promessa di ridurre il cuneo fiscale fatta dal Pd, più il salario minimo al quale tiene il M5S e tutto il resto, a cominciare da una stagnazione che può diventare recessione e riduce le risorse disponibili. Il governo annuncia una politica espansiva senza scassare i conti pubblici, detto così è la quadratura del cerchio. Ma attenzione, qualcosa si può fare anche grazie a Giovanni Tria. I conti non sono in ordine, ma il ministro uscente ha fatto di tutto per non scassarli e lasciare addirittura se non proprio un tesoretto almeno dell’argent de poche. Sarebbe bello se Gualtieri rendesse omaggio al soldato Tria che ha resistito fino all’utlimo nel suo fortino di via XX Settembre.

La strategia del Pd ubbidisce a una cultura laburista nel senso che il lavoro torna al centro della politica fiscale, mentre gli investimenti sono il pilastro della politica economica in senso lato

Dove e come trovare i 23-25 miliardi necessari? Il neo ministro non conosce la macchina di palazzo Sella né tutti i meandri della spesa pubblica attraverso i quali ogni anno passano 840 miliardi di euro. Ma si affiderà alla tecnostruttura e alla Ragioneria dello Stato, tenendo conto che nel direttorio della Banca d’Italia c’è Daniele Franco il quale come ragioniere generale ha tenuto la barra ferma e dritta. Esisteranno sempre conflitti tra politici e tecnici, ma questa volta non ci sarà l’ombra del disprezzo, e anche questo è un mutamento culturale importante.

La strategia del Pd sembra chiara e molto diversa da quella del governo precedente, potremmo dire che ubbidisce a una cultura laburista nel senso che il lavoro, a cominciare dal costo del lavoro, torna al centro della politica fiscale, mentre gli investimenti sono il pilastro della politica economica in senso lato con il rilancio di industria 4.0 e la riapertura, si spera, dei cantieri (ci sono 13 miliardi spendibili subito, 6,5 grazie ai no di Toninelli). Questa è la colonna più della partita doppia, la colonna meno prevede il rilancio della spending review e delle privatizzazioni impostate già da Pier Carlo Padoan, anche se su questo non mancheranno le resistenze. Un punto chiave sarà il rapporto con i sindacati e le associazioni padronali. La Confindustria è disponibile, più fredde la Confcommercio e la Coldiretti che tifavano Salvini, la prima per la speranza che le partite Iva pagassero meno la seconda per le sparate protezionste come quelle sul riso cambogiano. Dunque, si apre una nuova fase se non proprio di concertazione, certo di ricerca del consenso recuperando il ruolo dei corpi intermedi che per la verità erano stati frustrati anche da Matteo Renzi che non li amava.

Il clima è cambiato a Bruxelles e a Francoforte, ma le cifre italiane sono sempre le stesse

Ma la partita più dura sarà con la Ue, non a caso il Pd ha piazzato i suoi uomini nelle posizioni di prima fila: Gualtieri parlamentare europeo di punta all’economia, Enzo Amendola ai rapporti con la Ue, Paolo Gentiloni alla Commissione senza dimenticare il presidente del Parlmento europeo, David Sassoli. Se Gentiloni sarà commissario agli affari economici, non farà favoritismi, ma è naturale che avrà una sensibilità particolare. Non sarà facile ottenere il posto più importante dopo la Presidenza, molti paesi, compresi i custodi dell’austerità, puntano i piedi e poi c’è il complesso Cencelli geopolitico. Una francese alla Bce un italiano guardiano dei conti? Nella precedente legislatura era l’opposto. Tra i paesi che scalpitano c’è anche la Spagna. In ogni caso anche se andrà alla concorrenza come scrive il Financial Times, avrà sempre un ruolo importante.

Ma su che cosa tratterà il governo e cosa potrà spuntare, più deficit forse, e a quali condizioni? Il clima è cambiato a Bruxelles e a Francoforte, lo dimostra anche l’audizione di Christine Lagarde davanti ai deputati. Ma le cifre italiane sono sempre le stesse. Il debito è al 132% del prodotto lordo e la ideologia falso-keynesiana del deficit spending sempre e comunque non fa che peggiorare la situazione. Grazie alla riduzione dello spread e alla tenuta di Tria, il disavanzo oggi viaggia sotto il 2%. Secondo alcune anticipazioni la nota di aggiornamento da presentare entro il 27 del mese e preparata dal precedente ministro indica un obiettivo dell’1,5% per il 2020. Se a Bruxelles fossero d’accordo a consentire un 2%, lo stesso livello di quest’anno tenendo conto del rischio recessione, ci sarebbe spazio di manovra per 9-10 miliardi secondo alcuni calcoli provvisori. Il governo più europeista degli ultimi anni non può sfondare il tetto del 3%, ma proprio il suo europeismo lo rende più credibile al fine di discutere la revisione del fiscal compact che è la grande partita sullo scacchiere della zona euro. Vasto programma, vasto e ambizioso, se la triade che il Pd ha inviato nella trincea europea ha filo, che cominci subito a tessere la tela.

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