Senatori a vita, un retaggio della monarchia

RitaLeviMontalciniL’istituto dei Senatori a vita rappresenta un’ anomalia nel sistema istituzionale repubblicano vigente, in quanto retaggio dello Statuto albertino e quindi del sistema politico monarchico. Lo Statuto albertino infatti prevedeva, al fianco di una Camera elettiva, un Senato composto dai principi della famiglia reale, che ne entravano a far parte di diritto al compimento del ventunesimo anno di età, e dai membri nominati a vita dal Re, scelti tra categorie di dignitari individuate dall’articolo 33 dello stesso Statuto. Sono in molti, infatti, a chiedere l’abolizione dei Senatori a vita di diritto e di nomina, attraverso la modifica dell’art. 59 della Costituzione. La carica di Senatore a vita spetta di diritto agli ex Presidenti della Repubblica – che possono comunque rinunciarvi – e può essere attribuita dal Presidente, a cinque cittadini che hanno dato lustro alla Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.

La carica di Senatore a vita di diritto mi appare un istituto premoderno, in quanto, in una società democratica evoluta, non dovrebbero esistere incarichi istituzionali attribuiti a tempo indeterminato, seppure in una funzione diversificata; ne deriva che, una volta terminato il mandato presidenziale, salvo conferme che presuppongono una nuova consultazione delle Camere riunite, il Presidente uscente dovrebbe tornare alla vita civile, come qualsiasi altro cittadino.

Ancora più anacronistico appare l’istituto dei Senatori a vita per nomina del Presidente della Repubblica.

In una democrazia rappresentativa non mi sembra corretto che alcuni cittadini siano nominati da una singola persona, sia pure di garanzia come il Presidente della Repubblica; cittadini che, in quanto nominati, sono estranei al principio democratico dell’elezione.

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