Se anche il 113 mi mette in attesa

113Nell’arco di pochi giorni nella mia città,Reggio Emilia, dapprima una banda di diciannovenni georgiani tenta di sparare alla nuca a un poliziotto a cui ha sfilato l’arma, dopo che questi era intervenuto per bloccare un tentativo di furto e poi un agricoltore viene trovato con la testa fracassata, probabilmente dopo aver sorpreso un ladro in casa.

Il vicequestore, fra le altre cose ha dichiarato: “prima la violenza veniva esercitata in minimo livello e solo per assicurarsi il profitto del reato che si stava commettendo. Ora, invece, ci sono altri costumi anche perché diversi sono i protagonisti, diverse le etnie, diversi i costumi. I soggetti in questione usano la violenza come strumento per infondere terrore anche quando non v’è alcuna necessità. E’ espressione di forza ma gratuita.”

Tradotto: importiamo ormai bande rumene, albanesi, sudamericane che si fanno un baffo del nostro vivere civile e del nostro codice penale e si divertono ad infliggerci ogni genere di abuso gratuito, fiduciosi dell’inefficienza del nostro sistema.

Per arrivare a questa sensazione di impunità, probabilmente non hanno nemmeno avuto bisogno di compiere reati minori in ordine crescente. Potrebbero aver semplicemente fatto una chiamata sperimentale al 113 appena arrivati sul nostro territorio per rendersi conto che questo è decisamente un paese dove “investire” in impresa criminale.

Il 113 l’ho chiamato io poco tempo fa perché inavvertitamente ho fatto scattare l’allarme di casa e volevo evitare ad una volante un inutile giro di ricognizione. Peccato che mi sono ritrovato ad interagire con una musichetta idiota di trombette che mi ha tenuto in linea cinque minuti, al termine dei quali ho riagganciato. Chiaramente tra le oltre 300.000 unità delle forze dell’ordine italiane, nessuna aveva tempo di rispondere al numero delle emergenze. Se fossi stato una donna che subiva un tentativo di stupro, avrei dovuto attendere per non perdere la priorità acquisita, o se avessi voluto denunciare un atto vandalico, mi sarei dovuto sorbire un po’ di trombette, ammesso e non concesso che dopo una lunga descrizione dell’atto, qualche agente si fosse tardivamente presentato per stendere un verbale.

Volevo essere ironico nel raccontare quanto avvenuto, ma non ce l’ho fatta, perché ogni giorno di più ho la prova che questo è un paese incurabile. Non pretendo che le forze dell’ordine mollino cornetto e cappuccino, né che i magistrati ci assicurino che qualcuno di questi criminali resti in carcere, né che un governo riformi decentemente le forze dell’ordine, licenzi i fannulloni, conceda risorse ai poliziotti coraggiosi e onesti e la smetta di concepire la polizia come un sussidio occupazionale per il meridione. Mi accontento di una cosa: che cambino almeno quell’idiotissima musichetta d’attesa. Paghiamo le tasse, subiamo reati vergognosi, vorremmo almeno non sentirci presi per i fondelli da un allegro sottofondo di trombette.

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