Ruini apre a Salvini: l’ultima carta dei conservatori contro Francesco

Francesco Peloso

Ealla fine scese in campo il cardinale Camillo Ruini. Segno che la carovana ultraconservatrice, in verità un po’ disordinata, che ha cercato di sbarrare la strada a papa Francesco e al suo progetto riformatore, ha fino a ora fallito. Allora è dovuto tornare al centro dell’arena l’ultimo dei pesi massimi della stagione wojtyliana, l’ormai 88enne Ruini, ancora lucido certo, per provare a ricomporre le ragioni dello schieramento conservatore.

L’ex dominus della Chiesa italiana, in pensione da tempo, in un’intervista al Corriere della Sera, non esita a dare ben tre indicazioni molto precise negli obiettivi: esprime una critica diretta al percorso di riforma della Chiesa voluto dal papa, concede una forte apertura di credito al leader della destra Matteo Salvini (il quale si è affrettato a ringraziarlo) – come già fece con Silvio Berlusconi a suo tempo –, coglie l’occasione del voto umbro favorevole alla destra per assetare un colpo velenoso al nemico interno di sempre: il cattolicesimo democratico.

L’ASTENSIONE DEL CENTRODESTRA NEL VOTO SULLA MOZIONE SEGRE

Niente di nuovo? Fino a un certo punto. Intanto per il contesto nel quale ci si muove e che ha il suo peso. Perché il pronunciamento del cardinale che dice di non condividere «l’immagine tutta negativa di Salvini» del quale anzi intravede le future «notevoli prospettive», arriva dopo un fatto clamoroso: l’astensione fatta registrare in Senato dal centrodestra (LegaFratelli d’Italia e Forza Italia) sulla proposta di istituire una commissione per contrastare l’odio razzista e l’antisemitismo in particolare sul web ma non solo. Un’iniziativa nata per volontà della senatrice Liliana Segre, ex deportata di Auschwitz, vittima lei stessa quotidianamente di aggressioni e insulti antisemiti.

Da rilevare che l’astensione delle destre aveva suscitato la reazione composta ma chiara del Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Parolin esprimeva una forte preoccupazione per il venir meno di un terreno comune istituzionale anche su valori ritenuti fondamentali e invitava a riflettere su quanto stava accadendo in parlamento e quindi nel Paese.

QUELLA “DIMENTICANZA” DI RUINI

L’intervento del Segretario di Stato vaticano era il sintomo di un allarme che si registrava Oltretevere per un episodio-spartiacque: il voto infatti sembrava dare forma concreta proprio a quel venir meno di valori condivisi «sui quali tutti dovremmo convergere» evocati da Parolin e che destava particolare inquietudine in Vaticano come in ampi settori dell’opinione pubblica. Di tutto questo, neanche di sfuggita, c’era traccia nell’intervista e nelle parole di Ruini, quasi la questione nella sua complessità e attualità, nei suoi richiami internazionali e storici, non fosse all‘ordine del giorno.  

LA RIPROPOSIZIONE DELLA SANTA ALLEANZA TRA CHIESA E POLITICA

L’impostazione di Ruini appare dunque, in un certo modo, applicare uno schema vecchio in uno scenario però mutato rispetto al passato: in pratica il cardinale ripropone lo sdoganamento del nuovo che avanza a destra per stringere una nuova santa alleanza fra Chiesa e potere politico. Ma appunto il voto in Senato dimostra che il conflitto sui valori fondamentali va ben oltre le polemiche sulla gestione più o meno efficace del fenomeno migratorio. Quest’ultimo è anzi divenuto, già da tempo, tema dirimente di propaganda ideologica, grimaldello per mettere in crisi i principi liberali e democratici – fino allo stesso disconoscimento, in alcune circostanze, dei diritti dell’uomo –  in buona parte dell’Occidente. Non dev’essere un caso, in effetti, se papa Francesco guardando a determinate derive ideologiche presenti in Europa in questa stagione e ispirate a un nazionalismo fondamentalista e quasi sempre xenofobo, abbia evocato più volte il rischio del diffondersi di un clima simile a quello che pervase l’Europa fra le due guerre.  

IL RITORNO IN AUGE DEL CROCIFISSO IDEOLOGICO

D’altro canto, e qui il cardinale non può certo essersi sbagliato, Ruini approva anche il Salvini che brandisce rosari nelle piazze, forma un po’ ruvida, dice, di opposizione al «politicamente corretto» (sic!). Il tentativo del leader leghista di appropriarsi dei simboli religiosi è stato fortemente contestato per la sua strumentalità dal presidente dei vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti, ma Ruini la pensa diversamente. Il gesto salviniano, d’altro canto, non è isolato, e si colloca anzi in un utilizzo del cristianesimo quale arma di un’ondata nazionalista (Donald Trump e Vladimir Putin in primo luogo) povera sotto il profilo della proposta ideologica e culturale e quindi bisognosa di un apparato simbolico allo stesso tempo forte e semplice, riconoscibile. Il crocifisso ideologico non è una novità ma certo sta tornando fortemente in auge. 

UNA CHIAMATA ALLE ARMI PER LA CHIESA ANTI-BERGOGLIO

Se Salvini è il leader apocrifo e quindi un po’ taroccato, identitario, di un cattolicesimo dagli istinti preconciliari che non sopporta la predicazione di Bergoglio, Ruini proprio questa linea sembra sposare e soprattutto gli appone il timbro autorevole del suo placet. Quasi una chiamata alle armi per quei settori ecclesiali e del cattolicesimo organizzato in significativa crisi di fronte alla spinta riformatrice messa in atto dal papa. Il recente sinodo sull’Amazzonia del resto, è l’altro spartiacque con il quale il cardinale si confronta e denuncia anzi con chiarezza quale sia la sua forte preoccupazione in proposito. Ruini teme che la richiesta proveniente dai padri sinodali di ordinare sacerdoti diaconi sposati (cioè di fatto dei laici per quanto con compiti precisi all’interno della comunità dei fedeli) sia un errore, un modo per far saltare la regola del celibato; quindi spera e prega che il papa neghi questa possibilità nell’esortazione post-sinodale, il documento con il quale Francesco farà il punto su quanto stabilito dall’assise

Da Lettera 43

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