Ritratto di Mario Draghi, l’uomo che ha salvato l’eurozona

Di Dario Ronzoni

Non si sa dove andrà Mario Draghi. Né si sa cosa resterà di tutto quello che ha fatto al timone della Banca Centrale Europea negli ultimi. Forse si prenderà un periodo di riposo, contento di essere passato alla storia, come recita la targa che gli hanno regalato in occasione della sua ultima visita al Parlamento Europeo, “per aver salvato l’euro”.

È il riassunto, si può dire, dei suoi otto anni da governatore. Ed è anche nel titolo del libro di Jana Randow e Alessandro Speciale, Mario Draghi, l’artefice: la vera storia dell’uomo che ha salvato l’euro (Rizzoli), in cui viene raccontato, passo dopo passo, il lungo e sofferto cammino delle decisioni prese a Francoforte, insieme ai suoi esiti salvifici sull’intera eurozona.

In chiaroscuro, nella cronaca puntuale del suo mandato (anzi: il racconto comincia anche prima) si raccoglie un ritratto del banchiere centrale che arriva quasi a toccare il soprannaturale. Un tratto che si coglie già nell’introduzione firmata da Christine Lagarde, dove Mario «diventa SuperMario perché è superintelligente». Nessuno lo discute, anche perché non si diventa governatori della BCE per niente.

Ma più interessante, a parte i tratti agiografici (che non abbondano) è la sua rappresentazione umana. Anche perché Draghi, riservatissimo e molto cosciente del suo ruolo istituzionale, ha sempre lasciato trapelare poco di sé. Il libro concede, con annotazioni furtive disseminate tra le pagine che descrivono summit e commentano posizioni politiche, un rapido scorcio del suo privato.

A partire dalla sua difficile giovinezza, segnata dalla scomparsa di entrambi i genitori e dalla necessità di prendersi cura dei fratelli. Una situazione che lo obbliga a maturare presto. «Ricordo che a sedici anni al rientro da una vacanza al mare con un amico, lui poteva fare quello che voleva, io invece trovai a casa ad aspettarmi un cumulo di di corrispondenza da sbrigare e di bollette da pagare». Da lì nasce la sua «religione del lavoro», tratto che gli permetterà di guadagnare stima e ammirazione a più livelli, compresi i falchi tedeschi. O anche la sua gestione “presidenziale” della Banca Centrale, in contrasto con l’approccio più “collegiale” del suo predecessore Jean-Claude Trichet. Puntuale (il suo orologio è regolato con cinque minuti in anticipo), non perde tempo, non si fa problemi a interrompere l’interlocutore quando lo ritiene necessario.

La sua lunga carriera passa per gli studi dai gesuiti, insieme a compagni improbabili come Luca Cordero di Montezemolo e Giancarlo Magalli. Qui, ricordano gli autori, impara sempre a «domandarsi il “perché” di ogni cosa», ed è un tratto su cui scherza volentieri con José Manuel Gonzalez Paramo, membro del comitato esecutivo della Bce dal 2004 al 2012. All’epoca i compagni lo rispettavano per la sua bravura ma lo prendevano in giro per il suo aspetto, sempre curatissimo e mai fuori posto.

Vengono poi gli anni dell’università, l’incontro con illustri economisti come Federico Caffè e il lancio verso una parabola oltreoceano, al MIT, insieme a quelli che saranno, in futuro, i protagonisti della scena mondiale dell’economia: Olivier Blanchard, Lucas Papademos, Francesco Giavazzi, Ben Bernanke. Una serie di incontri importanti, anzi fondamentali. Insieme a una vita durissima: «in America imparai cosa significa lavorare sodo», espressione con cui ricorda le 18 ore quotidiane di impegno, compresa la commute giornaliera in una società informatica a 70 chilometri da Boston.

Il resto è noto, l’ingresso nelle istituzioni italiane, il passaggio a Goldman Sachs (che gli permette di capire come funzionano, da dentro, le banche d’affari vere) e poi il ritorno in Italia, a Bankitalia.

Carattere e talento, certo. Ma i due autori del libro, nel raccontare il dipanarsi del suo periodo di governatore, non dimenticano di mettere in luce anche gli aspetti casuali, imprevedibili, che si sono presentati. A cominciare da quelli che hanno portato alla sua nomina – l’autoesclusione di Axel Weber, governatore della Banca Centrale tedesca e da tutti indicato come il futuro successore di Trichet. Doveva essere lui e, invece, a causa di un dissidio ideologico sulle ultime decisioni della banca (come il programma di acquisto dei covered bond) arriva «l’italiano», al grido di «Mario, è fatta!», come gli aveva comunicato al telefono lo stesso Trichet.

Lui, che ancora non sapeva che avrebbe modellato l’economia di un continente con solo tre parole (serve ricordarle?) accettava con entusiasmo.

E adesso? Otto anni dopo, Draghi esce di scena, ma al suo posto, scrivono gli autori, «Christine Lagarde troverà una BCE già messa sulla rotta della massima continuità», visto che «il suo corso per gli anni a venire è già stato stabilito». E intorno alle decisioni prese, sottolineano «senza sminuire l’autorevolezza con cui Draghi ha guidato la BCE», c’è ampio comsenso. Molti dei membri del consiglio direttivo «condividevano in partenza le posizioni cadine di Draghi», ed è improbabile che questa situazione cambierà. Insomma, l’euro è salvo ed è stato messo in stabilità. Adesso bisogna tornare a crescere.

Da Linkiesta

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