Ristorazione in crisi: i food truck tentano il sorpasso

La pandemia ha danneggiato le attività di ristorazione, ma ha favorito i food truck. In provincia di Arezzo, nel Valdarno, l’azienda più strutturata d’Italia che li realizza dall’officina al marketing.

STEFANIA ZOLOTTI

La solita storia per cui le mode nascono negli Stati Uniti e noi ce le importiamo in Italia: quante ce ne danno a bere anche se il tema stavolta è il mangiare. Vedo girare da giorni la notizia del food truck di Nik Barricelli, newyorkese ma con famiglia dalle radici italiane tra Campania e Sicilia: considerata la crisi della ristorazione anche dalle sue parti, ha deciso di mettere su strada il ‘Cento Percento’, ben marcato col tricolore e con l’offerta di focacce, salumi e formaggi italiani belli in vista.

Vedo girare la notizia come se fosse una novità eclatante e non si capisce proprio dove sia l’originalità.

Sulla street food mania, bruscamente rovinata dal COVID-19, i dati erano davvero illuminati: nel solo periodo 2013-2018 erano state registrate oltre 1.000 imprese, di cui un 25% circa fondate da giovani. I dati UnionCamere-InfoCamere di fine 2020 parlano di oltre 25.000 imprese italiane dedicate e un danno economico quotato in oltre 200 milioni di euro tra merce invenduta, mancati guadagni e costi fissi. Il concetto di costo fisso potrebbe far sorridere qualcuno davanti all’idea dei mezzi ambulanti ma moltissime di queste attività partono dall’investimento in infrastrutture e truck.

Solo per dare il segno di quanto sia ampia la forbice di chi ha creduto nello street food negli ultimi anni, dai più piccoli ai grandi colossi del settore agroalimentare e della ristorazione, negli ultimi anni la Fiorucci ha investito 1 milione di euro nel settore, mettendo in strada ben 300 food truck in giro per le piazze d’Italia.

StreetFoody e i professionisti invisibili del cibo di strada

Tornando a Nik Barricelli, e a quanto marketing tolga fiato ormai alle notizie, originale e unica è semmai la storia di StreetFoody, in assoluto l’azienda italiana più strutturata nella produzione dei mezzi di trasporto che tutti per praticità chiamiamo food truck: è la più strutturata anche per numeri e per spazi visto che la sede si sviluppa su un’area di oltre 12.000 metri quadrati.

La metà degli spazi è interamente dedicata all’officina perché lì tutto nasce; l’unica fase esterna è l’arrivo dei telai da Fiat o Piaggio a seconda del modello scelto dal cliente. Poi pareti, arredi interni, pannellature, impianti, allestimenti, certificazioni e documenti finiscono tutti nel progetto chiavi in mano, con dietro decine di mestieri che spariscono ogni volta che compriamo street food. 

Dietro questi food truck ci sono carrozzieri, meccanici, allestitori, grafici, progettisti, comunicatori, agenti di vendita. Dietro il cibo c’è sempre un mondo che lavora.

Da carrozzeria a officina, nel segno del food

Siamo nel Valdarno, in provincia di Arezzo: è a Terranuova Bracciolini che Ivo Resti ha fondato StreetFoody nel 1961 come semplice carrozzeria. A quel tempo si chiamava Resti S.p.A., ma negli ultimi trent’anni, con approccio a dir poco pionieristico, si è evoluta e ha cambiato pelle concentrandosi soprattutto nel segmento del food dopo aver sperimentato a lungo anche l’abbigliamento e le calzature. 

Michela Resti, Responsabile marketing di StreetFoody, è la riprova di una terza generazione che tiene ben stretta la storia di famiglia per proiettarla molto in avanti.

“Oggi la nostra è un’azienda che conta una filiera davvero lunga di mestieri perché il team di oltre trenta persone va dall’officina al commerciale, dal marketing e vendita all’amministrazione. L’officina è rimasta il cuore di tutto per quanto il tempo abbia trasformato totalmente il prodotto, così come il materiale, la clientela e la destinazione dei veicoli.”

I ristoranti su ruote corrono più forte della pandemia

StreetFoody produce ogni anno circa 100 mezzi che vende e commercia in Italia ma soprattutto in Europa – che prediligono come mercato – e su scala internazionale: la fanno da padroni Francia, Germania, Austria, Svizzera e Belgio. Li chiamiamo food truck che, tradotti, possono essere semplici ape car o veri e propri autonegozi su strada. La destinazione dell’uso speciale negozioè del resto il requisito essenziale per svolgere attività commerciale su suolo pubblico.

Un mestiere come il loro ha a che fare tutti i giorni con le economie ambulanti o itineranti di chi gestisce la propria attività su strada. “I nostri clienti cosiddetti ambulanti sono, per intenderci, quelli che trovate all’interno dei mercati. I mezzi itineranti invece sono quasi sempre delle estensioni dell’attività messe in campo da ristoranti, gelaterie, resort, catene di food: lì andiamo proprio a studiare un ampliamento dei loro progetti e non sempre lo scopo è quello di fare business, la maggior parte cerca semplicemente un canale parallelo di posizionamento o una sorta di supporto commerciale e pubblicitario”.

La pandemia ha tirato giù le saracinesche ai ristoranti ma ha portato aria fresca dentro il mercato dei mezzi su strada che offrono cibo. “Indubbiamente lo scossone è stato forte nel consumo di cibo fuori casa, ma questi mezzi sono stati una risorsa per le attività che hanno optato per il take away o per il delivery o che semplicemente li hanno posizionati all’esterno del ristorante stesso”.

Dove osano i food truck: le province più gettonate delle grandi città

Durante la chiacchierata con Michela Resti emerge chiaro un concetto: i food truck raccontano anche una certa democrazia tra le geografie d’Italia.

Non è vero che siano più diffusi a Milano o a Roma o nelle grandi città, come si sarebbe portati a pensare. La loro incidenza è spesso più forte proprio nelle realtà di provincia stando ai dati di vendita di StreetFoody: “Essendo mezzi molto snelli e agili, rendono anzi più accessibile il servizio di street food là dove il ristorante non arriva o non investirebbe nemmeno. Parlo veramente di esperienza diretta di vendita in paesini molto piccoli e poco dotati di servizi e infrastrutture. Durante la pandemia questo ha permesso a chi lavorava su food truck di fare consegne a domicilio e garantirsi non solo una minima sopravvivenza, ma assicurare anche un servizio e una relazione al cliente che si sarebbe sentito ancora più isolato”.

Restando in Toscana – e in particolare a Firenze, che è anche la patria degli storici lampredottai – l’indagine firmata CNA che è stata resa nota da pochi giorni ha evidenziato che il 40,1% delle attività di ristorazione del capoluogo è convinto di non riuscire a tornare ai livelli precedenti dopo la pandemia e che il 27% teme di chiudere nei prossimi mesi. Però c’è anche un 32,9% di imprese che spera addirittura di crescere nel 2021: l’8,7% prevede un incremento di risultati e il 24,2% confida di recuperare le perdite accumulate nel 2020.

Proprio alla CNA Firenze sono arrivate nelle ultime settimane numerose manifestazioni di interesse per l’apertura di attività di ristorazione ambulante e il dato sarà di certo una cartina tornasole rilevante per una meta turistica a cui sta cambiando la pelle. Intanto, ogni volta che ordiniamo su strada, ricordiamo quante storie di vita e di fatica ci passano accanto.

E non ce ne voglia Nik Barricelli se ci siamo permessi di ricordare qual è l’Italia che crea per davvero.

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