Forza Europa. Risposta alla lettera di Carlo Annoni

 Caro Carlo,

innanzitutto una precisazione. Al momento Forza Europa non è un movimento politico, ma una campagna politica permanente in difesa delle istituzioni europee, della sua moneta e delle regole del mercato comune. Pensiamo che quello europeo sia l’ambito che rende più concreto e praticabile il perseguimento dell’autentico interesse nazionale di tutti i Paesi membri, a partire dal nostro, che la storia ha dimostrato essere il più bisognoso di un “vincolo esterno” (appunto: europeo) per fare prevalere politiche virtuose, o almeno non smaccatamente viziose – non solo in tema di finanza pubblica.

Pensiamo insomma che l’Europa non sia un bel sogno umanistico, ma un utile ausilio pratico e ovviamente che non sia – come pensa la compagnia assortita dei “sovranisti” – la pietra al collo sulle prospettive di crescita del Paese, ma la ciambella di salvataggio a cui dobbiamo rimanere attaccati nei mari agitati dell’economia e della politica globale.

Come hanno sempre pensato tutti i federalisti – da Carlo Cattaneo a Ernesto Rossi – di questo Paese contagiato da sindromi macro o micro centralistiche, l’ordine federale è un quello più efficiente per regolare i rapporti tra i diversi livelli politico-territoriali, non quello più “imperiale”. E questo vale a maggior ragione per l’Ue, che non è un super Stato, ma una costruzione originale che prova da sessant’anni a rispondere, con una forma specifica e “anomala” di sovranità, alla crisi morale, politica, strategica e ovviamente economica dello Stato Nazione in Europa. Come dice l’ex Presidente della Commissione Frans Timmermans esistono due tipi di Paesi membri nell’Ue: quelli troppo piccoli, e quelli che non hanno ancora capito di essere troppo piccoli”.

 

Tu poni tre questioni specifiche: la spesa pubblica, la questione dei confini e la Costituzione italiana e mi chiedi di rispondere dal punto di vista europeista. Lo faccio volentieri

  1. Sulla spesa pubblica sono d’accordo con te. La dimensione e la struttura della spesa pubblica italiana e della più sensibile di tutte – quella sociale – non ha tratto rimedio e giovamento dalla partecipazione italiana all’eurozona. Ci siamo mangiati il dividendo dell’euro, cioè la riduzione del costo di servizio del debito, aumentando insieme la spesa e il debito. Mettere mano alla spesa pubblica, cioè ridimensionarla e riqualificarla è una esigenza nazionale, non è una richiesta europea. Faccio però notare come, anche in quest’ambito, l’unico ancoraggio contro l’etica e l’estetica dello sbraco, del deficit spending, della lotta “partigiana” all’austerità sia, ancora oggi, più a Bruxelles e a Francoforte che a Roma. Sulle ricette, penso che le migliori e più realistiche – non a caso inascoltate – siano state quelle di Carlo Cottarelli.
  2. Sui confini ti darò una risposta scandalosa e probabilmente sgradita. Non penso che i confini esterni dell’Unione possano diventare una porta “tagliafuoco” e non penso che la pressione migratoria dal Sud del mondo sia un fenomeno cui abbia solo senso resistere. In Italia, perché il tasso di dipendenza demografica non peggiori, abbiamo bisogno di 150.000 nuovi ingressi all’anno di stranieri in età da lavoro. Penso, come te su questo – immagino – che l’immigrazione non possa diventare la piaga biblica che è diventata per l’esplosione politica del Nord Africa e del Medio Oriente. Immigrazione non deve per forza fare rima con barcone. Ma la risposta che io immagino è anche in questo caso europea. La politica di difesa e di sicurezza, che l’Europa della Guerra Fredda poteva felicemente delegare agli americani, è diventata una rogna che dobbiamo imparare a grattarci da soli (non solo perchè adesso c’è Trump). Anche in questo caso registro che il deficit di cooperazione, e quindi il cosiddetto fallimento europeo nel controllo dei flussi migratori, dipende dall’indisponibilità degli stati membri non esposti sulle frontiere esterne dell’Unione a condividere i costi e le responsabilità di questa impresa.
  3. Sulla Costituzione italiana, condivido lo scetticismo sulla possibilità di rimediare in tempi brevi al problema gravoso della sua intoccabilità democratica, dal mio punto di vista dimostrata anche dall’esito del referendum dello scorso 4 dicembre, che si limitava a una modesta “rifunzionalizzazione” del sistema bicamerale e del rapporto tra Stato e Regioni ed è stato liquidato e rigettato come un affronto alla sacra Carta. Sono d’accordo con te: il centralismo burocratico non consolida il sentimento nazionale di un paese dilaniato da molteplici fratture economiche, sociali e territoriali. Lo Stato unitario è in Italia una somma di particolarismi, interessati ad accaparrarsi il controllo delle risorse pubbliche, non un’articolazione di realtà politico-territoriali autonomamente responsabili delle proprie scelte e dei propri risultati. Ma anche su questo punto solo la realtà federale europea offre un modello, almeno teorico, per la “federalizzazione” efficiente dello Stato italiano.

Un caro saluto

Carmelo Palma

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