Risposta a Carmelo Palma – Carlo Annoni

 “I mali cominciano quando il governo, invece di far appello ai poteri dei singoli e delle associazioni, si sostituisce ad essi; quando invece di informare, consigliare, e talvolta denunciare, impone dei vincoli, ordina loro di tenersi in disparte e agisce in loro vece. […] A lungo termine, il valore di uno Stato è il valore degli individui che lo compongono […] uno Stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi; e che la perfezione meccanica cui ha tutto sacrificato alla fine non gli servirà a nulla, perché mancherà la forza vitale che, per fare funzionare meglio la macchina, ha preferito bandire.” – J.S.Mill

 

Ti ringrazio, Carmelo, per avermi onorato con una risposta di merito alla mia “lettera aperta agli amici di Forza Europa”.

La premessa che fai, in cui ricordi i “perché” dell’Europa, non solo é condivisibile ma è il succo di quello che ci fa sentire, entrambi, europeisti.

Quando peró affronti le questioni specifiche che avevo proposto, allora, al di là dei tratti comuni, emergono differenze anche significative, differenze che, per altro, trovano un tempestivo corrispettivo nel white paper di Juncker.

Come ben sai, Juncker ha proposto cinque scenari di riferimento attorno cui discutere e procedere; sono tutti scenari europeisti, ma tutti sono molto diversi e diversamente desiderabili, in funzione delle proprie idee, analisi e principi ispiratori.

Non mi scandalizza quindi ci siano diversità, magari profonde, su qualcuno dei punti in discussione: ci sono diverse possibili europe possibili anche nei documenti ufficiali della UE.

Altro elemento da considerare: non tutti gli scenari sono egualmente fattibili.

E proprio la questione dei confini, che tu vedi come occasione per una Europa “che fa molto di piú” (insieme?) , ritengo sia, al di là che mal fondata in termine dell’analisi che proponi, una condizione per una possibili crisi irreversibile europea.

Mal fondata: Che senso ha parlare di deficit demografico, così riecheggiando ben altri regimi? È un deficit sul piano economico? Non direi. Abbiamo un tasso di occupazione di 10 punti sotto alla media degli stati sviluppati, abbiamo una emorragia di risorse italiane qualificate e ambiziose, e non è l’importazione, a caro prezzo, di immigrati a bassissima qualificazione (dati medi) e di problematica integrazione, a rendere sostenibile un sistema fatto di lacci, lacciuli e di tanti privilegi e clientele.

Il problema della competitività è fatto di scarsità di tecnica e management, di imprenditori costretti a lottare contro la invasività dello stato e senza poter contare di livelli accettabili di sicurezza e giustizia. Il problema della competitività non è fatto di braccia.

O parliamo di numeri solo per contare di piú in Europa e nel mondo? Allora mettiamo ogni anno all’asta 150.000 permessi e almeno risparmiamo i soldi della prima accoglienza. In realtà certi numeri significano molto poco, e da noi servono solo a mascherare l’insostenibilità di uno stato baraccone.

Vogliamo parlare di demografia nazionale? Affrontiamo analiticamente la questione e proviamo a capire perché un paese che non eccelle in tasso di occupazione, tanto meno femminile, sia così afflitto da scarsa natalità degli autoctoni. E magari proviamo a individuare politiche che creino le condizioni per incoraggiare la natalità degli italiani.

Purtroppo nel “dobbiamo farci carico dei problemi degli altri” trasformato in una passiva accettazione della fine dei nostri confini, vedo una ideologia e vedo una pericolosissima convergenza tra l’impotenza di governanti inetti e succubi alle volontà di altri poteri (da sempre in oltretevere stanno i principali nemici dell’idea di Italia come nazione), e le ideologie anti occidentali del post marxismo.

Non sarebbe una novità la convergenza in funzione anti-nazionale di un certo universalismo cattolico e dell’internazionalismo post-marxista uniti insieme contro la nazione italiana.

Purtroppo l’Italia non ha problemi di braccia, ma ha un problema di competitività e questo  non verrà risolto da questa immigrazione stracciona e di difficile integrazione, come l’immigrazione senza controlli e senza requisiti che stiamo vivendo.

Questa immigrazione, che si può definire invasione, ha caratteristiche ben difficilmente assimilabile ai valori e tradizioni dell’Occidente, e non aiuterà di certo questo paese a diventare più nazione e quindi uno stato meno costretto a campare di clientela e più focalizzato sul proprio core di responsabilità.

Si badi bene che la mia non è rifiuto della immigrazione, anzi.. ma è solo rifiuto di una immigrazione subita passivamente, da un paese incapace di porre requisiti e controlli al roprio accesso. Proprio questa politica italiana sulla immigrazione, caratterizzata da impotenza e frustrazioni, tanto meno aiuterà una qualsiasi evoluzione della UE, perché quello che alla fine l’Italia chiede è che il fallimento dell’Italia come stato sovrano sia condiviso con gli altri partner europei. E se pensiamo all’europa come risposta al nostro fallimento, temo andremo semplicemente a mostrare agli europei che l’europa è e rimane una prospettiva non utile da essere ulteriormente percorsa.

Ricordiamoci che l’Europa non nasce dalla negazione degli interessi nazionali, ma dall’idea che gli interessi nazionali possano convivere, pur nella loro conflittualità, in un contesto pacifico: quello che all’inizio era il MEC, poi la CEE, e ora la UE. Sembra poco, ma ci sono volute due guerre mondiali per accettarne l’idea.

Come per i conti quello che l’Italia chiede è di socializzare i debiti mantenendo privilegi e clientele in casa, così per i confini l’Italia chiede di socializzare il proprio fallimento nel campo della sicurezza, ma evitando di fare i propri conti all’interno con la subalternità a idee e forze antinazionali.

E anche sulla questione che sollevo del patto costituzionale e dell’assetto istituzionale del nostro paese, l’Italia deve trovare una propria originale via ad un assetto federale. O pensiamo che paesi con conti a posto e società abbastanza unite vogliano e possano accettare pacificamente di cedere sovranità a paesi sulla via del fallimento? Come l’euro richiedeva che ciascun paese facesse i compiti a casa, così richiederebbe una qualsiasi evoluzione politica federale della UE. Il nostro compito, anche qui gravoso, è l’affermarsi di un patto federale tra le genti d’Italia che disinneschi quella che, dal compimento della unità politica, è una vera e propria fonte di instabilità interna, ma anche esterna.

Detto in altre parole: pensare che la UE si faccia carico strutturalmente dei tanti vizi italiani vorrebbe dire per alcuni suoi paesi membri andare sistematicamente e indefinitamente contro ai propri interessi, e non credo che questa UE, votata ad un assistenzialismo strutturale e permanente tra stati, faccia strada.

Che poi l’Italia di oggi sia in grado di fare i compiti a casa su conti, confini e costituzione, direi è quanto di meno probabile ci sia.

Non c’è neppure coscienza dei propri interessi, e di come funzioni il sistema..Figurarsi delle responsabilità.

Ma almeno, sia tra noi “europeisti” chiara la responsabilità “interna” della crisi e possibile implosione della UE.

Poi potremo meglio entrare anche nel dibattito proposto da Juncker su quale sia l’Europa del prossimo futuro.

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