Ripresa o meglio ripresina

Stiamo passando dalla depressione, all’euforia: dopo anni di dati negativi e poi di crescita allo zero virgola, Banca d’Italia certifica che la ripresa c’è. Siamo ad un aumento dell’1,4%, che non è ancora il 2%, che consente anche una ripresa dell’occupazione, ma che ha scatenato il giglio magico di Renzi. La Boschi, riemersa dalle rovine di banca Etruria, ha esultato indicando nelle riforme dei mille giorni del governo Renzi la base degli attuali successi. Nel mentre l’ex Presidente Monti, rivendicando i meriti del risanamento, accusava Renzi di essere un disco rotto, che dice stupidaggini. Il Governatore toscano, Enrico Rossi, lega l’improvviso ottimismo di Banca d’Italia al rinnovo della carica del Governatore Visco, una paraculata insomma, più modestamente speriamo che l’Istituto Centrale sia più preciso, che nel valutare la solidità delle banche. Decimale più, decimale meno stiamo crescendo di oltre un punto, è meno di quello che stanno facendo gli altri paesi, la media dell’area euro è al 2,1%. Il che conferma che neppure il governo Renzi ha sciolto i nodi strutturali della nostra economia e la Boschi dovrebbe evitare toni trionfalistici perché è evidente che  la ripresa è causata dal buon ritmo di quella internazionale e con buona pace di Trump e Salvini, dalla tenuta della globalizzazione, dentro cui si registra la ripresa dei paesi emergenti. Vanno bene le nostre esportazioni, meno la crescita dei consumi, che registra modesti aumenti, trascinata dal mercato auto che in tre anni ha fatto segnare un più 40%, dovuta alla vecchiaia del nostro parco mezzi. Ma il trend è già in rallentamento e ci si avvia alla fine dell’era Draghi e del QE, con una ormai non lontanissima ripresa dei tassi, che per carità resteranno bassi, ma avranno comunque effetto sul nostro enorme debito, che Renzi vorrebbe continuare ad aumentare. Ripresa dunque si, ma destinata a restare fragile e quindi a non alleviare più di tanto il problema della disoccupazione e dei salari bassi. Le assunzioni a termine, aldilà della retorica, sono il 67%, contro il 20% di quelle che utilizzano i contratti a tutele crescenti e i salari bassi portano i lavoratori verso le soglie di povertà. Non se ne esce con le ricette di chi pensa di abbassare le tasse, in forma indiscriminata( Renzi), o con la flat tax (Salvini), avendo pochi soldi occorre scegliere. Se ne esce con maggiore equità nel campo delle pensioni e del sociale, troppi privilegiati e troppi scrocconi. Se ne esce con uno stato leggero e meno corrotto, troppe municipalizzate, se ne esce legando i salari alla produttività, avremo dipendenti più ricchi e più poveri, è vero, ma avanti così, li avremo tutti poveri. Infine se ne esce con una classe politica seria, ma per questo ormai serve un miracolo.

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