Rinascono le ideologie – Alberto Mingardi

 Erano date per morte ma giocano ancora un ruolo essenziale, specialmente per chi non ne è consapevole

Vuoi vedere che le ideologie proprio morte non sono? Secondo un sondaggio Sky Data, il 63% degli elettori inglesi sotto i 34 anni ha votato per Jeremy Corbyn. Altre rilevazioni danno valori non troppo diversi. Ammettiamo pure che alcuni abbiano voluto dire un no tardivo alla Brexit, per quanto il leader laburista non sia proprio un fervente europeista. Resta un risultato impressionante. Corbyn è una sentinella attardata della sinistra più «novecentesca». Il suo successo ripropone una situazione simile a quella delle primarie americane, quando il pieno dei voti dei giovani lo fece Bernie Sanders.

Stupì, all’epoca, un sondaggio Gallup per il quale il 69% degli americani under 30 sarebbe stata disponibile a votare un candidato «socialista», etichetta tradizionalmente radioattiva negli Usa.

Per una ricerca della rivista Reason, il 53% dei millennial (i nati negli Anni 80 e 90) aveva un’opinione positiva del «socialismo». A dire il vero la stessa indagine testimoniava una diffusa diffidenza, tra gli stessi millennial, verso lo «Stato imprenditore». E se uno al socialismo toglie la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, è difficile capire che ne resta.

In Inghilterra, mentre il 58% degli elettori della May dichiarano di aver scelto chi votare mesi fa, il 57% dei sostenitori di Corbyn dice di essersi convinta nell’ultimo mese.

E tuttavia sarebbe sbagliato minimizzare. Nel mondo anglosassone la disoccupazione giovanile è assai più contenuta che da noi. A vantaggio di Corbyn e Sanders gioca senza dubbio il profilo donchisciottesco, l’essere e sembrare altra cosa rispetto agli apparati e ai cauti gestori del consenso. Ma li aiuta anche l’esilità della memoria collettiva. Nonostante milioni di morti, non è maturato nessun tabù del comunismo, che rischia di essere ricordato come un episodio generoso e pittoresco. Il genocidio per fame dei contadini ucraini, la grande carestia cinese del ’58-’62, non si studiano a scuola. È inimmaginabile che un leader neofascista proclami che il fascismo non è mai stato realizzato per davvero. Non c’è neosocialista al mondo che non lo pensi e non lo dica.

Può sembrare paradossale che una generazione che ragiona per «likes» e stelline come se la vita fosse una grande eBay, senta il richiamo dell’utopia. La facilità di accesso, a tutti i livelli di reddito, alle nuove tecnologie crea forse l’impressione che il mondo sia «facile». Che tutti i problemi possano trovare una appropriata soluzione tecnica. Le molte promesse dei «Big Data» ci illudono che anche l’economia di un Paese possa essere «organizzata» da un’unica centrale di comando. In Inghilterra, la dipendenza dallo Stato sociale per tutta una serie di servizi (dalla sanità all’istruzione) induce a pensare che essi debbano essere garantiti a prescindere dalle condizioni materiali che li rendono possibili, cioè a prescindere dalla crescita economica.

L’elemento forse più sorprendente è la visione di politica internazionale implicita nel sostegno a Corbyn. Clinton e Blair, i capi della sinistra «imborghesita», sono stati ripudiati e con loro l’idea del primato dell’Occidente. Siamo tornati all’imperialismo fase suprema del capitalismo: più o meno esplicitamente, il conflitto con il terrorismo islamico viene ridotto a una faccenda petrolifera o a un’inevitabile conseguenza del sostegno a Israele. È una visione del mondo molto diffusa nelle università e nelle classi colte, che si riverbera a cascata. La storia della nostra civiltà ce la raccontiamo come un rincorrersi di soprusi: dimenticando tutto il resto. Conquiste che sono il retaggio del nostro pezzo di mondo (la tolleranza religiosa, i diritti delle donne, il rispetto delle minoranze) sono diventate «diritti». Non c’è bisogno di essere consapevoli di averla, un’ideologia, per esserne condizionati.

 

Da:Istituto Bruno Leoni

 

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