Ricostruire l’Italia

Schermata 11-2456251 alle 18.24.26115265 imgL’Intervento di Lorenzo Dellai Sabato 17/11 a Roma.

Siamo in tanti, oggi.

E siamo qui non per l’ennesima espressione di disagio.

L’Italia politica abbonda di narratori del disagio. Ma servono piuttosto ricostruttori dotati di coraggio e di generosità.

Noi oggi decidiamo di passare da persone che esprimono domanda a protagonisti di una nuova offerta politica.

Perché lo scarto tra domanda e offerta politica in Italia oggi è drammatico e sta crescendo.

Per questo ci sentiamo pienamente classe dirigente. E una classe dirigente all’altezza dei suoi doveri non cede all’isteria; non perde lucidità.

Piuttosto, accompagna il popolo; indica una meta possibile; sconfigge le paure; chiama a raccolta tutte le energie e tutti i talenti della comunità, come è stato nei momenti più difficili della nostra storia nazionale. Ricostruire, dunque. Questo diventerà il nostro mantra. Perché abbiamo alle spalle non una crisi di passaggio, ma il cedimento strutturale di quella che pomposamente chiamavano la Seconda Repubblica.

E’ stato un cedimento strutturale della politica, con un bipolarismo scopiazzato da altri sistemi che doveva modernizzare la via pubblica ma che ha invece banalizzato la politica, privandola di respiro culturale, riducendola a contesa mediatizzata senza profezia, spesso ridotta a eco delle pulsioni populiste. Ma è stato anche un cedimento che riguarda l’impianto valoriale: la rottura di ogni vincolo di solidarietà, l’individualismo esasperato, l’idea del successo e della ricchezza non come frutto del lavoro e della fatica ma come risvolto della furbizia se non dei comportamenti disinvolti rispetto alle regole.

Viene in mente il Kublai Kan di Italo Calvino, quando constatava che “questo impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma”. Ma, nei racconti di Marco Polo, riusciva a “discernere attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare la filigrana di un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti”.

Ecco, noi non vogliamo ereditare le macerie. Vogliamo spazzarle via per ricostruire. Vogliamo cogliere la filigrana di un disegno nuovo. Perché sotto le macerie ci sono ancora le virtù di questo Paese straordinario, unito e plurale. Un Paese che deve poter tornare ad essere orgoglioso per storia, cultura, socialità, ruolo in Europa. E’ da queste virtù che vogliamo partire, per ricostruire: da questo ritorno all’Italia vera, quella di ogni giorno e di ogni italiano. Una parte importante del Paese che va ricostruita è l’impianto delle pubbliche istituzioni.

E’ tempo di una riforma organica, frutto di una visione e non dei colpi di umore prevalente al momento. Oltre le insidie di quella pratica devastante del “pendolo” così tipica della nostra politica istituzionale: un giorno verso il cosiddetto federalismo, il giorno dopo verso lo statalismo centralista. Noi vogliamo una Europa forte, alla quale siano ceduti poteri veri poiché per noi l’Europa non è il nemico, ma la nostra casa comune. Vogliamo uno Stato radicalmente trasformato, che recuperi autorevolezza e capacità di agire sulle scelte di sistema e non ridondanza invasiva e presuntuosa.

Vogliamo più autonomia e più responsabilità per la società e per i territori che dimostrino serietà. Ciò presuppone capacità di controllo vero e costante sulla spesa; coraggio di applicare anche alle istituzioni locali il principio del merito e delle sanzioni (poiché autonomia è responsabilità ed il rigore non può tradursi nello sparare nel mucchio: ciò favorisce solo i furbi); volontà di accettare il valore della differenziazione. I territori che vogliono mettersi in gioco e gestire autonomamente funzioni importanti, devono poterlo fare, rispondendone politicamente e finanziariamente. Questo investimento sull’autonomia responsabile sia della società che degli enti territoriali ci richiama all’ispirazione sturziana che oggi è di grande attualità. I grandi cambiamenti mondiali spingono fortemente verso processi di verticalizzazione. Occorre che siano bilanciati da un forte ruolo delle comunità e dei territori, che sono poi le realtà ove abitano le virtù del nostro paese. Serve un’Italia a trazione integrale, che torni a vivere il valore della responsabilità e non si rifugi nella comodità della delega, sul presupposto che – tanto – c’è sempre qualcuno, più in alto, che comanda e, dunque, risponde di ciò che succede. I

n questa Italia a trazione integrale, un ruolo importante è quello del Nord. Il Nord delle “terre alte”, con la sua cultura dei beni comuni, le sue forme antiche di solidarietà, le sue lingue minoritarie e le sue peculiari sensibilità. Il Nord delle reti metropolitane, con la loro proiezione di apertura al mondo. Il Nord delle pianure produttive, innervate dalla tradizionale laboriosità e da una diffusa cultura del rischio. Questo Nord ha dei doveri speciali verso l’Italia e l’Europa. Purtroppo, con il folclore dei ridicoli riti celtici, con un federalismo parolaio e pasticciato e con le suggestioni localiste e populiste, la Lega e i suoi alleati hanno accreditato un’idea regressiva e antipatica del Nord, restituendoci, oltretutto, dopo anni di governo, un Nord più spaesato, meno autonomo e più povero di prima.

E’ ora e tempo che torni in campo il Nord vero, quello dei valori solidali, dello spirito europeo, dell’autogoverno moderno e responsabile. E’ ora e tempo che questo Nord torni ad essere faro per la ricostruzione del Paese. Dentro il progetto politico confederato che oggi parte, noi vogliamo che questo Nord sia visibile, forte e organizzato come parte costitutiva di un progetto nazionale comune.

E il primo nostro obiettivo sarà quello di metterci in rete, con amicizia e condivisione, con le tante energie positive di quel Mezzogiorno del quale ormai la politica quasi neppure più si occupa. Penso agli imprenditori coraggiosi come Ivan Lo Bello; ai tanti amministratori comunali onesti e ai parroci impegnati nelle situazioni di frontiera; penso ai giovani di Libera che trasformano i beni confiscati alle mafie in occasioni per ricostruire comunità; penso ai tanti testimoni coraggiosi e spesso poco noti che seminano cultura di legalità. Per tutti loro noi vogliamo essere motivo di speranza in un riscatto possibile.

La Germania, in dieci anni, è riuscita ad unificare in gran parte un paese diviso e noi, su queste basi nuove, dobbiamo avere la stessa ambizione. C’è, dunque, veramente tanto da cambiare nel nostro paese. Anche per questo, leviamoci di dosso questa etichetta di “moderati”, che – nella migliore delle ipotesi – non vuol dire niente e – nella peggiore – sa di vecchio, di paludato, di spento.

Noi non siamo moderati, l’Italia non ha bisogno di moderatismo, ma di dinamismo. Noi siamo ricostruttori e, per questo, siamo riformatori, meglio e più di altri. Noi avvertiamo bene e da vicino il disagio e l’inquietudine che pervadono larga parte della società italiana: ad essa vogliamo offrire risposte di verità e di speranza. Risposte che, di certo, non verranno dai vecchi e nuovi pifferai. Siamo qui, dunque, per un progetto politico ambizioso e di lungo periodo. Siamo pronti ad affrontare la prova elettorale quando deciderà il Presidente della Repubblica. Confidiamo che si voti con una nuova legge elettorale: così vogliono anche tantissimi cittadini.

Ma non siamo schiavi delle congetture da ingegneria elettorale. Osserviamo però che non è tanto importante, come dicono molti, che si sappia chi governa la sera stessa del giorno del voto. E’ molto più importante che si sappia chi può continuare a governare dopo tre o quattro anni dal voto. Perché la stabilità non è l’emozione di un momento ma la tenuta autorevole di una visione condivisa e di lungo periodo. E, comunque, eccoci qua. Ben oltre quella idea di “centro” che il bipolarismo all’italiana aveva trasformato in un “non luogo” della politica.

Siamo qui attorno ad un nuovo paradigma: ricostruire l’Italia, facendo appello ai talenti e alle culture di tutti quelli che non si rassegnano e che intendono lavorare per un nuovo equilibrio che la dissennata stagione politica chiusasi un anno fa aveva scomposto e dissociato: competenza e impegno per un paese migliore; rigore finanziario e riduzione delle disuguaglianze; efficienza, competizione, merito e centralità della persona, della famiglia e dei valori solidali; aspirazioni personali e coscienza del bene comune. Non c’è in noi alcuna volontà di mero continuismo tecnocratico. Nessun vizio antipolitico. Nessun virus da notabili: sappiamo bene che Cernobbio non è tutta l’Italia. Sappiamo che serve una politica nuova, una grande forza popolare. Abbiamo di fronte un lungo viaggio. Noi montanari, quando dobbiamo riprendere il cammino lungo un sentiero in salita, ci diciamo: “zaino in spalla!”. Vuol dire tante cose.

Che ognuno porta sulle spalle il peso che può sopportare, non di più e non di meno. Che si va insieme, in cordata, perché nessuno da solo, specie nella nebbia che confonde i paesaggi noti, può essere sicuro. Che si segue un capo cordata degno di fiducia, non perché lui così si autodefinisce, ma perché tutti pensano che sia in grado di portare la comitiva fino al rifugio, anche quando è difficile scorgere i segni sul percorso.

Di solito, il buon capo cordata non stupisce con effetti speciali; è di poche parole; non gli interessa sedurre (nemmeno forse ne è capace) ma convincere. Sa che deve essere anche severo, ma non è cinico. Quando serve, si mette in testa alla cordata, non per congettura, per pretesa o calcolo, ma per la forza delle cose, perché sente, e tutti sentono, che quello è il suo posto. Noi oggi abbiamo costruito un pezzo non secondario della cordata.

Sono certo che altri si aggiungeranno, provenienti da sentieri convergenti. E il capo cordata – ora impegnato a concludere, secondo i patti, un primo lavoro importante, che ha ridato credibilità all’Italia ed evitato il baratro – quando sarà il tempo giusto, saprà cosa fare.

Lorenzo Dellai Presidente della Provincia Autonoma di Trento. Dal maggio 2006 al febbraio 2009 è stato anche presidente della Regione

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