Riaprire il prima e il più possibile.

Di Giuliano Cazzola 

È il momento di ricordare ciò che disse Franklin Delano Roosevelt quando si accinse ad affrontare la crisi più grave della prima metà del secolo scorso: l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa. Non è impossibile lavorare in relativa sicurezza. Con i Protocolli di sicurezza si è consentito all’industria di continuare a produrre. Che tali opportunità debbano essere negate a un ristorante, a un teatro, a un negozio, a un territorio che vive di turismo è difficile da capire e da far capire

Nello stesso giorno in cui l’Istat annunciava che a febbraio erano venuti a mancare 945mila occupati rispetto allo stesso mese dello scorso anno (a cui andavano aggiunti, oltre ai disoccupati, 717mila inattivi in più) le cronache davano conto di alcune manifestazioni di titolari di attività economiche, martoriate praticamente senza pause durante la crisi sanitaria e in diretta conseguenza dei provvedimenti adottati per moderare la diffusione del contagio.

Particolarmente esacerbata quella svoltasi davanti a Montecitorio dove vi sono stati scontri anche con le forze dell’ordine. Per completare il quadro sono tornate alla ribalta le riserve nei confronti del vaccino AstraZeneca che hanno creato ulteriori difficoltà ad una campagna di vaccinazioni che stenta a decollare e a marciare secondo il  cronoprogramma stabilito. A questo proposito un segnale positivo è venuto dalle parti sociali che hanno sottoscritto insieme al governo un Protocollo per aggiornare quello del 24 aprile dell’anno scorso – che ha consentito di riaprire in sicurezza importanti settori produttivi dopo il lockdown dei primi mesi – e promuovere un piano di vaccinazioni nei locali delle aziende che potrebbe rappresentare una svolta per l’intera campagna.

Purtroppo anche questa lodevole iniziativa richiederà tempi di attuazione perché occorrerà prima di tutto poter disporre delle dosi in numero adeguato e concordare dei piani con le amministrazioni regionali. I fatti ricordati non vanno considerati ognuno per sé, ma sono gli anelli della stessa catena che ha imprigionato la società italiana. Gran parte del milione di occupati in meno non sono lavoratori che hanno perso l’impiego perché nei loro confronti i padroni sono riusciti a “forzare il blocco” dei licenziamenti.

Ha ragione Carlo Bonomi: il blocco dei licenziamenti si è trasformato in un blocco delle assunzioni, si tratti pure di mancati rinnovi dei contratti a termine venuti a scadere, ma anche di rapporti a tempo indeterminato rinviati a quando la situazione sarà più chiara. Anche i 355mila lavoratori autonomi che mancano all’appello non sono “anime morte”, ma tanti di loro hanno dovuto chiudere gli esercizi commerciali, le aziende e le loro attività economiche  perché non sono stati in grado di evitare i fallimenti o il venir meno delle pur minime convenienze per continuare a perdere anziché guadagnare.

Guai allora a non guardare in faccia i motivi veri della crisi che hanno un profilo netto e preciso: le restrizioni e le chiusure adottate per fare fronte alla diffusione della pandemia. Se è il coronavirus il Grande Satana non è detto automaticamente che le misure assunte per combatterlo siano state comunque le migliori, che non si potesse fare altrimenti rispetto alla gimcana di chiusure/ristori/sostegni, da cui non sembra saper uscire anche il governo Draghi.

Ecco perché la prima cosa da fare è quella di aprire il più possibile in sicurezza. Non si crea lavoro se si impedisce di lavorare per legge. I manifestanti di Piazza Montecitorio non chiedevano maggiori sussidi per combinare un pranzo con una cena per sé e le loro famiglie. Chiedevano di poterselo guadagnare da sé. Io mi considero un avversario della Lega, ma credo che la prima misura da intraprendere sia quella di fare lavorare chi è in grado di farlo. È una corsa che si svolge insieme al progredire della campagna delle vaccinazioni, ma se dovesse andare oltre le scadenze previste mi pare evidente che non saremmo in grado di reggere ancora per mesi una situazione come l’attuale. Tanto più che – col passare dei giorni e con la messa a punto delle conoscenze – l’arrivo nella terra promessa della immunità di gregge si smarrisce nelle nebbie; vengono meno le certezze in nome delle quali sono state messe in ginocchio le economie e limitati i diritti delle persone.

È sempre più evidente il profilarsi di una lunga lotta con il Covid-19 che non sarà debellata neppure con un successo delle campagne di vaccinazioni. Chi scrive non è un No Vax. Domani mi vaccino con la stessa serenità con la quale mi sono sottoposto agli esami sierologici e ai tamponi. Sappiamo però che anche da vaccinati non potremo sentirci al sicuro. È il momento di ricordare ciò che disse Franklin Delano Roosevelt quando si accinse ad affrontare la crisi più grave della prima metà del secolo scorso: l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa. Non è impossibile lavorare in relativa sicurezza. Ci sono milioni di lavoratori anche in Italia che, tutte le mattine salgono sui mezzi pubblici, raggiungono i posti di lavoro attrezzati secondo le disposizioni dei Protocolli di sicurezza. Con queste misure si è consentito all’industria di continuare a produrre. Che tali opportunità debbano essere negate a un ristorante, a un teatro, a un negozio, a un territorio che vive di turismo è difficile da capire e da far capire. Ma il più grave affronto, ancora una volta, è stato fatto ai più giovani, privandoli ormai da due annate scolastiche di quella formazione che ne deve fare dei cittadini.

Da Formiche

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