Renzi, un trasformista geniale

Eccola, la scissione, di Palazzo, di Renzi, l’ex rottamatore che doveva cambiare l’Italia. Sia detto senza intento ingiurioso, una canaglia di genio, come canta De Gregori “..e che fosse un bandito negare non si può, però non era il solo…” Dopo la genialata che ha portato alla nascita del governo Conte, in termini calcistici si sarebbe detto una ripartenza, visto che Salvini aveva perso palla a centrocampo e non solo quella, il nostro aveva trascinato al goal un riluttante e inconsistente Zingaretti e riportato al potere il Pd. Sarà pure una scissione senza fuoco, pathos, senza folle, bandiere e diciamolo pure le solite lacrime di una sinistra che parla del popolo e governa con i potenti. Scissione fredda, ma anche lucida, nella logica vendicativa dell’uomo, perché è chiaro quale sia il disegno: Renzi esce, per indossare i panni del “Salvini riformista”, controcanto quotidiano di una maggioranza troppo spostata a sinistra, ma tiene parecchi uomini legati a doppio filo a sé dentro il Pd, a partire dal capogruppo al Senato, Andrea Marcucci.

Tornato al potere, allontanate le elezioni per le quali non era pronto, il nostro si prepara a sedersi al tavolo della spartizione delle oltre trecento nomine in aziende pubbliche, che Salvini ha lasciato sul tavolo. Si siederà da protagonista con la sua faccia, non nascosto dietro le quinte, come avrebbero voluto, ipocritamente, Di Maio e Zingaretti. Operazione cinica e di potere dicono i giallorossi ed è vero, ma non diversa da quella che ha portato al governo Conte bis, non vi è più cinismo in Renzi, di quello che abbiamo visto in Conte e Franceschini, essendo Di Maio e Zingaretti protagonisti di complemento. Quindi bando ai moralismi, in un’epoca in cui tutti hanno la faccia come il lato B. Non solo potere però, dietro la scissione, ma pure l’idea che con il ritorno del proporzionale puro, torna di attualità il centro politico, lasciato deserto da Salvini, un centro su cui Conte sta portando i 5 Stelle e su cui si cerca di spingere Urbano Cairo. Renzi ha capito che la dissoluzione di Forza Italia lascia poco tempo e chi tardi arriva, male alloggia. Vuole essere lui il leader di questo centro attrattivo verso i deputati di Silvio Berlusconi, magari non hanno voti, ma pesano al tavolo del governo e sulla nomina del prossimo Presidente della Repubblica. Questo spiega la fretta della scissione, ideali e bandiere verranno dopo.

Così il Renzi rimosso riemerge, con tutta la sua portata divisiva e il suo ingombrante peso politico. Sarà divertente vedere il povero Di Maio seduto al tavolo con la Boschi e leggere le intemerate di Travaglio, sul caso Consip ed Etruria. Tranquilli, non è un problema se i 5 Stelle, il movimento dell’onestà, pensano addirittura di sostenere il Pd perfino alle regionali umbre, dove la giunta Pd è stata affondata dagli arresti, tutto è possibile. Grillo e Travaglio dove siete? Si vede tra i due Matteo, Renzi e Salvini, una certa convergenza, nell’idea di dividersi le spoglie dei grillini, destinati a finire come l’uomo qualunque e nell’ impedire a Conte di trasformarli in una sorta di Verdi tedeschi, piazzati al centro e pronti ad allearsi con chi vince, come faceva il compianto Bettino Craxi. Per questo duellano, finendo però contemporaneamente con l’accreditarsi l’un l’altro.

Torna dunque Renzi, nei panni del capo di una gamba della maggioranza, tanto per ora non si vota. Di pochi, ma capo, perché il punto è sempre lo stesso: l’incapacità di stare dentro un progetto senza essere colui che comanda. “ E che fosse un bandito, negare non si può, però non era il solo..”

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