Renzi: perderete! L’assemblea futurista del Pd – Mario Sechi

 I Parlamenti lavoreranno per un mese ancora e poi chiuderanno per la pausa estiva. Le vacanze saranno brevissime, nell’agenda è segnato un asteroide in arrivo: le elezioni europee del maggio 2019. In mezzo, in Italia, ci sono ancora dei turni amministrativi, ma la partitona è quella di Strasburgo e tutta la politica europea è in pieno movimento perché stavolta la posta è in palio è grande: tutto. E in quel tutto c’è lo scenario politico europeo e il futuro non di una legislatura, ma dei prossimi vent’anni. Una vittoria dei movimenti euroscettici e un take over della maggioranza a Strasburgo sarebbe una rivoluzione totale dalla fondazione dell’Unione europea. Popolari e Socialisti out, dentro le forze sovraniste.

È uno scenario né bello né brutto, è la società europea che risponde prima di tutto a una crisi interiore, a uno smarrimento, a un’inquietudine di fondo. La storia, per fortuna, non è solo economia, altrimenti sarebbe relativamente facile controllare le masse con le brioches lanciate qua e là e invece, come abbiamo visto, queste possono restare dormienti a lungo ma poi, improvvisamente, si svegliano e il cloroformio del consumo a reddito rigorosamente decrescente non fa più alcun effetto. In Italia la cosa è stata discussa ampiamente stamattina durante l’assemblea del Pd e ha assunto i tratti della tragicommedia. L’assemblea  ha eletto segretario Maurizio Martina, ma ha visto ancora una volta Matteo Renzi monopolizzare palco, dibattito, sussulti e insulti. È sempre il Pd, cribbio.

Al centro del Pd c’è ancora lui

Nel Renzistan non ci sono colpe, solo dimissioni che si danno per comandare meglio il partito da fuori. Tutte le previsioni fatte sul Pd il titolare le ha purtroppo azzeccate, questo ci dà una certa sicurezza (ultime parole famose) nel dire che se Renzi continua a dominare il partito, quel partito che si chiama Pd, avrà presto numeri elettorali senza neanche più l’uno davanti. Per carità, la politica ci ha abituato a tante sorprese e le previsioni poi, figuriamoci, le facciamo per essere smentiti (poco) dalla cronaca, ma qui siamo in presenza di qualcosa che non è politico, ma è squisitamente e crudelmente pre-politico: siamo alla legge della giungla.

La forza di Renzi è anche il suo difetto: lo spacconismo dell’Ercolino di Pontassieve esibito all’ennesima potenza, Matteo il Bomba (così lo chiamavano a Firenze) quando si mette è ‘na furia da film di mitologia burina, sposta colonne, fa cadere palazzi, abbatte foreste, distrugge il partito e dopo questa fatica, tutto sudato, esclama: “Maremma, non ho rottamato abbastanza”. A Roma di certi soggetti si dice che “ao’ sta’ attento che quello vive de prepotenza e te fa la faccia come ‘na zampogna”. Ecco, Renzi tutto questo suo essere Conan il Barbaro sciacquato in Arno (echi del Manzoni) non lo nasconde, lo scartavetra in faccia a tutti come un vaffanculo à la Grillò per non dimenticarsi del macronismo populista anche oggi evocato all’Ergife.

Quel che resta del Pd è ancora con lui, si scalda in tribuna, si spella le mani in panchina, tira fuori gorgheggi belluini, urla da Tarzan, mancavano solo le liane e le lance all’Ergife stamattina. Spettacolo triste se lo prendete seriamente, ma in realtà esilarante. Stanno tirando letteralmente le cuoia, hanno perso solo qualche giorno fa Massa, Pisa, Siena e Imola, la Toscana non è più rossa, da lontano si sente il ruggito di Fred Salvini che mulina la clava appena consegnata al leader della Lega da Wilma Isoardi  (gli Antenati qui sono per sempre) ma  machissenefrega del fallimento elettorale, santi numi, non lo vedete che siamo impegnati a scannarci per l’eredità, per le macerie, per la polvere di stelle e di stalle, evvai con le accuse reciproche e quel decalogo di Renzi sul “di chi è la colpa della sconfitta” che è un capolavoro dadaista di deviazione, sofisticazione, alterazione della verità e soprattutto occultamento del cadavere di se stesso.I dieci motivi renziani della sconfitta

I dieci motivi renziani della sconfitta

Sì, eccoli i dieci punti che sono la spiegazione di tutto. Preparate in serie: l’aspirina, un fazzoletto di carta, il passaporto (quest’ultimo solo se siete elettori del Pd):

  1. Sembravamo establishment, anzi lo eravamo.
  2. C’è un’ondata internazionale: la volete vedere o fate finta di nulla?
  3. Le divisioni interne: perché non le vince le elezioni un partito che litiga fino a una settimana prima del voto.
  4. Io non ho rinnovato abbastanza, soprattutto al Sud. Abbiamo perso perché abbiamo rottamato troppo poco.
  5. La mancanza di leadership: è vero che non c’è leader senza la sua comunità, ma non c’è comunità che non esprima un leader, perché in politica la comunicazione è essenziale.
  6. Non abbiamo dettato l’agenda: sullo ius soli dovevamo decidere, o si metteva la fiducia a giugno o si smetteva di parlarne.
  7. I vitalizi: se approvi la legge Richetti alla Camera, poi non è che al Senato non l’approvi. I voucher: se facciamo credere che il Jobs act sia la madre di tutti i mali, poi non ci si sorprenda se Di Maio può dire che abbiamo creato schiavismo. Noi abbiamo ceduto alla cultura della Cgil.
  8. I toni e i tempi della campagna elettorale. Non è l’algida sobrietà che fa sognare un popolo, devi dare un orizzonte forte al Paese.
  9. Ci siamo autoimposti un tema, la coalizione che non interessava agli italiani: aver seguito per mesi l’operazione di Pisapia, impostaci da una stampa amica, è un errore clamoroso. Siamo stati troppo sui social e poco sul sociale? Non sono d’accordo. Siamo stati poco sui social dove si è sviluppata una campagna devastante che ha mostrificato i nostri.
  10. Si è detto che abbiamo rappresentato tutto in modo semplicistico e positivo: penso che non l’abbiamo fatto perché il progressismo non deve rappresentare il futuro come una minaccia.

Riepilogo in rigoroso disordine sparso: colpa dei giornali, colpa dei social, colpa dell’establishment, colpa della Cgil, colpa di Gentiloni (voucher e Cgil), colpa di Pisapia, colpa di Gentiloni (sobrietà), colpa dell’assenza di leader (tutti gli altri tranne lui), colpa del partito contestatore.

Domanda sul taccuino: chi ha guidato il Pd? Chi lo guida ancora? Ehm, aspetta, fammi vedere l’agenda… ecco, a me pare, così, a spannometro, Renzi?! Sì, lui, ma archiviata l’autocritica il Renzistan diventa uno splatter, un accelerato Bullistan da ossa rotte, clavicole andate, tibie girate, ginocchia frantumate, crani aperti dove di neuroni non v’è traccia, ma quanta inutile e pur stupenda cattiveria verbale, quanto fiele, quanti bidoni di odio personale, quanti barili di battute sibilate che si rovesciano nella sala dell’Ergife che pure di battaglie epiche ne vide. Il Pd si sta trivellando l’anima, zero tracce di petrolio.

Perderete! (e vincerò)

A Renzi la sincerità zampilla dal cuore come se fosse colpito da un’ascia in un film di George Romero (siamo allo stracult del cinema: “La notte dei morti viventi”) solo quando si incazza. La sua vera natura si materializza quando viene punto con lo spillo il suo pupazzo, quello che si agita sul palco, a quel punto Renzi diventa Renzi, quello vero. “E allora Ignazio Marino?”, rimbomba una voce in sala, un’accusa sospesa, una freccia avvelenata che parte da una cerbottana ergifea dritta al cuore del fu segretario che all’epoca del pasticcio brutto del Campidoglio (echi del pastiche letterario del Gadda)  era per soprammercato Presidente del Consiglio. Eh no, quell’Ignazio, er chirurgo from America no, quello è troppo.

Marino, dio che ricordi, dopo l’ennesimo nubifragio e il guano degli uccelli che provocò il record di tamponamenti sul Lungotevere, Dagospia mise giù la faccenda con una sintesi tipografica da verismo verghiano: “Piove merda”. Ecco, all’evocar quei tempi scivolosi a Renzi si surriscaldano i canini, così stringe gli occhi e si capisce che sta per ringhiare qualcosa che è da colpo in faccia e materiale ematico ottimo per un murales… eccoloooooooooo:

Non vado via. Ci rivediamo al Congresso. E perderete.

Bang! Qui ci vorrebbe tutto l’arsenale rumoristico di Filippo Tommaso Marinetti per celebrare quello che appare comeThe Rumble in the Jungle, lo storico incontro di boxe, il momento in cui Alì combatte a Kinshasa contro George Foreman, perché, diciamocelo (copyright filosofico di ‘gnazio La Russa) quando a Renzi fumano los gingillos, è irresistibile, una goduria per la penna. E perderete! Sottotesto: e vincerò.

Da Bandiera Rossa a Maglietta Rossa

Occuparsi del Pd è uno strazio, tutto quello che ti aspetti succede con impressionante regolarità. Esaurito il capitolo Renzi (in realtà abbiamo archiviato per il futuro pagine di appunti venefici), ecco un paio di note sul taccuino del titolare di List, con tanto di quello che pomposamente nelle redazioni d’alto bordo veniva definito l’apparato iconografico, insomma, un paio di fotografie.

Bisogna fare pur concorrenza alla mise da profugo esibita a Pozzallo da Roberto Fico, terza carica dello Stato. Così i vertici del Pd in versione migrantes hanno dato il tocco di colore che mancava. Da Bandiera Rossa a Maglietta Rossa.  Orfini e Martina, la coppia in red. Vestizione d’occasione per la nobile intenzione.

 

Matteo Orfini e Maurizio Martina oggi durante l’assemblea del Pd all’Hotel Ergife (Foto Ansa)

Eccoli qua, l’Orfini (cambia il segretario ma egli è sempre là a presiedere qualcosa), magliette rosse, come ogni progressista che si rispetti in questa giornata.  E la cravatta, la camicia? Sarà per un’altra volta, sono momenti in cui l’adesione ai manifesti e alle iniziative viene prima della forma e della sostanza delle idee. In ogni caso, la sfida con il Fico è persa in partenza, in fatto di grunge style politico i grillini sono imbattibili. Ammirate la metamorfosi della terza carica dello Stato in visita a Pozzallo:

 

Il Presidente della Camera Roberto Fico in visita a Pozzallo il 30 giugno scorso (Foto Ansa).

Battere Fico è francamente quasi impossibile. La sfida del “poraccismo ideologico” è un terreno di battaglia dove combattono solo i peggiori. C’è qualcuno con la cravatta, vestito come si usava fare quando i partiti erano una cosa seria, le ideologie avevano qualche libro e pensatore come pilastro, insomma, uno normale? Gianni Cuperlo.

Cuperlo, l’analisi giusta e le conclusioni sbagliate

La bancarotta culturale c’è e fa impressione. Come sempre si salva Gianni Cuperlo che fa un’analisi ricca di spunti raffinati e intelligenti. Cuperlo è uomo di solide letture, ha esperienze politica, ha preso colpi di clava a non finire durante la segreteria di Matteo Renzi, non si è candidato per protesta contro la notte della mattanza delle candidature nel Pd. Cuperlo forse non trascina al voto neanche i parenti, ma quando parla va ascoltato perché vi è sempre un tentativo di leggere la contemporaneità.

Naturalmente durante l’assemblea si è scontrato con Renzi. Cuperlo individua la potenza della nuova ideologia nazionalista della Lega, la domanda a sinistra che viene intercettata dal Movimento 5Stelle, il plauso del sindacato alla prima riforma (pessima, in verità) del mercato del lavoro, ma pur avendo ottimi spunti, da uomo di sinistra rosso antico non riesce a scindere questa analisi dal giudizio archeo-storico che ne vizia e compromette le conclusioni, dunque ecco ricomparire le ombre, il fascismo, il nazionalismo e naturalmente gli anni Trenta. Cuperlo ha ragione quando richiama le radici della sinistra e sferza Matteo Renzi quando dice che  “non possiamo sostituire Bandiera Rossa con Uno su mille ce la fa”.

Il discorso di Cuperlo è di grande dignità e passione, è quello di uno sconfitto – anche dalla storia – che ci crede ancora e l’analisi merita attenzione perché è senza dubbio la migliore, anzi l’unica, uscita dall’assemblea di un partito che si ostina a vivere mentre dovrebbe morire e trovare un nuovo inizio.

C’è qualcosa oltre Cuperlo? Questa è un’altra storia. Ci hanno raccontato in questi giorni (vedere alla voce Romano Prodi) che “bisogna andare oltre il Pd”. Ok, oltre dove? Non si sa. C’è Calenda che lavora al Fronte Repubblicano, c’è il buon Marco Bentivogli (anche lui oggi rigorosamente in maglietta rossa sulla spiaggia) che si fa desidera e in fondo anche lui desidera fare qualcosa, una figura valida con il quale il titolare ha una sana amicizia fatta di epici scontri privati e pubblici. Insomma, qualcosa si muove. Ma non si capisce in che direzione. E nel frattempo Lega e Movimento 5Stelle occupano tutti gli spazi, macinano consenso, piaccia o meno – come ha spiegato con efficacia Cuperlo – governano.

Eccoci al punto, all’agenda che chiama con urgenza, alla risposta che non c’è, al tic del vecchio che si vorrebbe fosse nuovo. Anche su questo tema Cuperlo ha detto una cosa corretta:

Le frasi di Pontida sulla Lega delle Leghe non sono minacce, il loro traguardo è rompere le famiglie politiche del vecchio secolo e tornare a un’Europa delle nazioni nel segno di una rivolta di popolo contro le élite, (…) se la sinistra per fermare questo disegno si pone a difesa dell’Europa che c’è, sarà travolta (…) se poi la risposta fosse l’unione degli europeisti contro i barbari, la sconfitta potrebbe assumere i contorni della disfatta. Io penso che vi sia un solo modo per impedire che quella destra vinca ed è sfidarli sullo stesso  identico terreno. Quello di un pensiero nuovo e di soluzioni alternative alle loro. 

Cuperlo su questo ha ragione. E il Pd continua a proporre soluzioni sbagliate a domande giuste che vengono dal suo elettorato in fuga. A sinistra vivono tempi interessanti. Forse troppo

Quanto sublime rumore. Sembra l’assemblea del Pd. Futurista.

Da: List

 

 

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