Renzi, Delrio e Maradona

 Forse per farsi perdonare il fuori onda in cui diceva papale papale che Renzi della scissione se ne fregava e i renziani erano addirittura contenti perché ci sarebbero stati più posti nelle liste, il ministro Delrio è finito fuori strada, paragonando Renzi a Diego Armando Maratona, senza il quale il Napoli non vinceva. Paragone d’effetto, non privo di suggestione, ma come non ricordare che intorno a Maratona agivano giocatori di talento, mentre nel governo non si vedono particolari talenti, a cominciare dal florido Poletti, per continuare con la ministra Fedeli che si inventa lauree, almeno il mitico Trota l’aveva comprata, seppure in Albania, per finire con lo stesso Delrio a cui crollano ponti e scuole per mancanza di cemento, senza che il nostro faccia nulla. Poi bisogna ricordare che il Napoli ha vinto solo nel periodo Maradona, ma non ha vinto molto, il che non è di buon auspicio per Renzi, che dopo lo scudetto delle Europee non ha più infilato un campionato. Il trolley è adatto a questa classe dirigente renziana che viaggia leggera, senza passato, non hanno conosciuto né la Dc né il Pci, sono appunto eredi e le eredità sono frutto della fatica di altri, non hanno una cultura per il futuro, essendo provinciali che poco sanno della globalizzazione, ne parlano per sentito dire o per emulazione, scimmiottano Blair e Obama e questo è tutto il loro Pantheon, ma sono ben radicati nel presente, nelle ragioni del potere, un potere cieco e onnivoro, familistico, di clan e, diciamolo pure alla De Bortoli, che emana pure uno stantio odore di massoneria, non necessariamente con compassi e cappucci, ma certo di consorteria. Hanno portato con sè i loro inner circle e i loro parenti, insomma come la Raggi ognuno ha il suo Romeo. Renzi ricorda le stagioni più cupe di Maradona, non certo quelle più brillanti e come Pompeo a Farsalo, deve essere anche un po’ rintronato dal brusio cortigiano a cui si è aggiunta ora la voce del Delrio penitente. Il riformismo di Renzi-Maradona è un misto di liberismo, abolizione dell’articolo 18 per lavoratori giovani e privati e di difesa dei privilegi per vecchi e statali, una roba alla Eltsin, dove i forti divorano le vite dei deboli, dove i boiardi alla De Luca, alla Oliverio, alla Pittella, resistono al loro posto come i presidenti delle repubbliche asiatiche, ex sovietiche e il nuovo è interpretato da Piero Fassino, il generale Varo, che perse Torino. Certo sono usciti Bersani e D’Alema con le loro valigie piene di foto d’epoca e di rancori, ma molti dei rimasti, dalla Finocchiaro a Violante, a Luigi Berlinguer, hanno solo buttato la valigia per il trolley, come nel settembre del 43 i gerarchi gettavano la divisa. Tutto legittimo, solo i fessi non cambiano opinione, ma non mi sembrano i più adatti a parlare di banda larga o di futuro, a meno che non sia il futuro delle nomine nelle aziende di Stato.  Renzi sarà pure Maradona,ma non vincerà il campionato.

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