Regioni, ecco perché la sinistra sta perdendo le sue roccaforti

C’era una volta il triangolo rosso composto da Umbria, Toscana ed Emilia: in queste regioni il Pci prima, i suoi eredi poi, non avevano mai perduto non solo la Regione, ma anche i comuni grandi e piccoli. C’era una volta il modello emiliano: una combinazione di classe operaia e ceto medio, che faceva da contraltare al potere democristiano. Un esempio di buon governo contrapposto al supposto mal governo della Dc. Col tempo e col crollo di Dc e Psi, il dominio del Pci e dei suoi eredi si era piano piano espanso a quasi tutte le regioni, con la parentesi dei successi peraltro non duraturi, di Silvio Berlusconi. Il Pd, all’ultimo giro elettorale era arrivato a comandare su tutte le regioni italiane con la sola eccezione di Veneto e Lombardia. Poi col declino di Forza Italia è emersa la stella di Salvini, che ha portato la Lega Nord a Lega italiana: sembrava un azzardo, ma si è rivelato un tornado. Sono via via passate al centrodestra prima la Liguria, poi il Friuli, poi il Piemonte, poi regioni divenute dopo il ‘94 roccaforti della sinistra come la Basilicata e il Trentino. Mentre tornavano al centrodestra Abruzzo, Molise, Sardegna e prima la Sicilia. Il rosso è rosso sbiadito ovunque, coperto da una cera populista, colorata di verde, che ha saputo interpretare la rabbia, la frustrazione e il risentimento di un Paese che arretra, anziché avanzare. L’Umbria è stata la prima regione del triangolo a cadere e non si tratta di un fenomeno improvviso e neppure è dovuto solo al malgoverno, ma proprio di una mutazione dei territori e dei partiti. Mentre il Pd si isolava dalla società, la Lega vi si radicava, prima delle regionali aveva già conquistato tutte le principali Città della Regione.

La zona rossa non è esiste più: quella che ha caratterizzato per lungo tempo il rapporto tra elettori e partito, nel Centro Italia è venuta meno, non quando è venuto meno il Partito Comunista, che in qualche modo era stato il suo artefice, bensì in tempi più recenti.

Non si parla soltanto di voto popolare o di classi sociali: le istanze economiche di territori prevalentemente fondati su settore primario e secondario si sono evolute con l’evolversi dei mercati, nonché degli Stati. Lo strappo in questo senso si ha con il crollo di Siena, passata al centrodestra di Luigi De Mossi, città e sede del Monte dei Paschi. Il Pci e i successivi surrogati e derivati partitici erano le forze più votate, ma anche il fulcro economico di una società. La scomparsa dei processi di identificazione sicuramente ha allentato i legami tra gli elettori e il principale partito della sinistra. La crisi economica ha inoltre incrementato la disaffezione nei confronti delle istituzioni e della politica, spostando il consenso verso quei partiti (Lega e M5S) che si sono fatti maggiormente interpreti della sfiducia e del sentimento di protesta. Il dimezzamento dell’area elettorale dei partiti del centrosinistra, passati dal 59,2 per cento del 1968 al 30,1 del 2018, fa da sottofondo alle conquiste leghiste di roccaforti rosse come Cascina o Pisa. Nel 2013 il centrosinistra amministrava 10 capoluoghi toscani su 11, oggi appena 3. Le ragioni sono da ricercarsi in una condizione economica di sofferenza, soprattutto a livello regionale umbro, la cui responsabilità ricade in parte sulle precedenti amministrazioni di sinistra. Inoltre il Pd è diventato il rifugio dei garantiti, dei ceti medio alti, degli intellettuali che stanno sempre con la ragione, col bene, col popolo, senza neppure averlo mai frequentato, magari qualificandolo come rozzo e razzista quando non vota come vorrebbero. Emblematico il fatto che in Umbria, Salvini abbia girato tutti i paesi, mentre Conte visitava un industriale seppur di grande livello, come Cucinelli e che in Calabria la sinistra pensi di affidarsi ad un altro imprenditore come Callipo, il re del tonno. Ora, dato che la Calabria ha dinamiche particolari e che probabilmente in Toscana la sinistra terrà, il vero vallo di Adriano del Pd è l’Emilia

L’ alleanza col Pd non sembra nei programmi pentastellati, anche se ci hanno abituato a repentini cambi d’opinione e il terreno di gioco è già ben delineato dalle scorse elezioni. Ferrara e Forlì sono andate al centrodestra, Reggio Emilia e Cesena al centrosinistra. Un fatto già di per sé inedito, che trova continuità se contestualizzato al dominio della Lega alle europee, primo partito della regione con il 33% dei consensi (contro il 31% del Pd), oltre al 40% in province come Piacenza e Ferrara, davanti anche a Parma, Modena, Cesena, Forlì e Rimini e dietro al Pd solamente a Bologna, Reggio Emilia e Ravenna. È la conseguenza delle preoccupazioni di larghe fasce dell’opinione pubblica per temi che la sinistra ha trascurato: l’immigrazione, la sicurezza, le tasse, le pensioni. Predicando la retorica della compassione, la mancanza di senso civico, accusando gli avversari di cattivismo, invece di comprendere i problemi di chi vive sulla propria pelle gli effetti meno gradevoli della globalizzazione: l’essere poveri anche se si ha un lavoro, il timore di non poter nello stesso tempo aiutare i figli o i nipoti e garantirsi una serena vecchiaia, Vedere che gli immigrati saranno necessari, ma costano e pesano sul welfare e che uno Stato a brandelli, non solo non garantisce la sicurezza, ma neppure la giustizia. I ceti medio alti che il Pd frequenta se la cavano sempre; se un quartiere degrada se ne vanno, mentre chi deve restare e aveva comprato una casa con un garage, oggi si ritrova un garage con annessa una casa. Per queste ragioni il vallo potrebbe crollare. Il Pd lo sa, ma non riesce a cambiare e usa con forza l’arma più potente che gli è rimasta: il controllo capillare del potere. Basterà? Non resta che attendere.

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