Putin, zar democratico

0 50590 3a3b2e42 XXL In Europa permane una sorta di pregiudizio ideologico verso la Russia , nonostante si sia usciti da lungo tempo dal clima di “guerra fredda” che ha caratterizzato i rapporti internazionali dopo la fine della seconda guerra mondiale. Questa ambiguità ha condotto gli Stati Uniti e l’Inghilterra ad adottare la regola dei due pesi e delle due misure: pronti a guerre preventive al terrorismo quando è in pericolo la sicurezza dei loro popoli e, nel contempo, pronti ad accogliere, come esiliati politici, i terroristi ceceni ed a chiedere alla Russia di rinunciare a difendersi. D’altronde, si sa, l’Europa conduce guerre solo se sono “umanitarie”, come nei Balcani, e quindi “giuste”.Se si vuol condurre una guerra mondiale contro il terrorismo perché non si comincia consegnando ai russi i terroristi ceceni fuggiti in occidente? Non si può chiedere alla Russia di arrendersi al terrorismo o di rinunciare alla sua piena integrità territoriale, se si vuole dimostrare che la “guerra fredda” è finita davvero.

Anche se la politica estera della Russia in Medio Oriente resta ambigua e la sua vicinanza a dittature sanguinarie come quella siriana e a dispotismi teocratici come quello iraniano, appaiono censurabili, non si può negare che certe involuzioni nazionalistiche ed il ripristino di una certa politica di potenza sono state favorite da un atteggiamento “liquidatorio” ed aggressivo dell’occidente; dal tentativo cioè di realizzare una sorta di regolamento dei conti finale con ciò che resta dell’impero sovietico. Per altri versi è indubbio che l’obiettivo di Putin di combattere il terrorismo e, nel contempo, di rafforzare le istituzioni rappresentative e dare dignità ed autorevolezza allo Stato russo, sia stato difficile da raggiungere; un obiettivo al quale si sono opposti nemici esterni ed interni alla Russia, come la criminalità organizzata e certi finanzieri d’assalto che godono di sostegni internazionali e che, presumibilmente, non esiterebbero ad utilizzare il terrorismo per raggiungere i propri scopi.

Un’ impresa difficile, dunque, che merita rispetto in quanto avviene posteriormente all’epilogo disastroso di decenni di comunismo e ad una parentesi di caos ed anarchia economica e sociale che ha caratterizzato la presidenza di Eltsin. Il disordine e l’instabilità politica interna hanno infatti costretto Putin ad adottare una politica “forte”, ma senza mai sconfinare nel dispotismo di memoria sovietica: per questo Putin si potrebbe definire uno Zar democratico.

Putin è un presidente autorevole, ma non autoritario, come Chavez in Venezuela, e non ha assunto tale carica a seguito di un assalto al “Palazzo d’inverno”, come Lenin, ma è stato eletto da milioni di elettori russi per ben due volte nel corso di regolari elezioni democratiche, come hanno riconosciuto centinaia di osservatori internazionali presenti sul posto. Gli oppositori di Putin, che in questi giorni sono scesi in piazza per manifestare il loro dissenso alla politica del premier, rappresentano una realtà eterogenea: si va dai nazionalisti, ai comunisti, ai fautori di un “capitalismo selvaggio”, quello che caratterizzò la rivoluzione industriale occidentale, fino ai sostenitori di un neocapitalismo di stato nel quale ad una dittatura politica si accompagna un liberismo economico estremo; una soluzione alla cinese, per intenderci.

In ogni caso il fatto che queste manifestazioni si siano potute svolgere in libertà e senza censure preventive, dimostra che il percorso verso la democrazia piena si è avviato realmente e non rappresenta una opportunistica operazione di facciata. L’opposizione è espressione soprattutto della dialettica interna alla elite intellettuale post sovietica, dialettica che interessa soprattutto le nuove classi dirigenti, mentre i cambiamenti economici che hanno consentito di migliorare le condizioni di milioni di russi, soprattutto nelle campagne, rappresentano un dato reale e tangibile che ha contribuito ad accrescere significativamente il consenso verso Putin.

Nel mio ultimo viaggio a Mosca e San Pietroburgo, nel 2011, ho potuto constatare che persistono in Russia condizioni di arretratezza: nelle grandi città sono state rifatte le facciate dei palazzi che ricordano i fasti del passato zarista, ma gli interni sono fatiscenti e molte famiglie vivono ancora in promiscuità, come durante il regime sovietico; in gran parte i treni, tranne quelli riservati ai turisti occidentali, ricordano quelli descritti nelle opere di Fedor Dostoevskij. E’ indubbio però che si sia determinato un significativo sviluppo economico. Molta strada rimane ancora da percorrere: dovranno essere ridotti gli elefantiaci apparati burocratici, sia nel campo civile che in quello militare, che ostacolano lo sviluppo economico del Paese, ma un percorso in tal senso si è realmente avviato.

Oggi in Russia si svolgeranno le elezioni presidenziali: se Putin vincerà, lo dovrà soprattutto al realismo ed alla concretezza del popolo russo, di antiche tradizioni contadine, che non si lascia più illudere dalle promesse astratte degli “utopisti”. Gia in passato i russi si sono lasciati illudere e questo errore è costato loro oltre mezzo secolo di dittatura comunista. Nulla è più importante della lezione che viene dalla storia.

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