Poter lavorare è un diritto, avere un lavoro è un dovere

il-ministro-del-lavoro-elsa-forneroLa levata di scudi contro il Ministro Elsa Fornero, rea di aver dichiarato in una intervista al Wall Street Journal che “il lavoro non è un diritto  deve essere guadagnato anche attraverso il sacrificio”, è la preoccupante cartina di tornasole di un Paese in cui vogliamo continuare a raccontarci bugie.

La bugia più grande, pluridecennale ormai, è che il diritto ad avere un lavoro è sancito dalla nostra Costituzione.L’articolo 1 della Costituzione sancisce che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

L’articolo 4 che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Il diritto che la Costituzione tutela non è quello di avere un posto di lavoro, bensì quello di poter lavorare e, parallelamente, di vedere uno Stato che crei non posti di lavoro, ma le condizioni economico giuridiche che consentano l’impiego di tutti i cittadini idonei al lavoro. Dopodiché, a ben vedere, la traduzione della possibilità di lavorare in atto, rappresenta per l’articolo 4 della Costituzione più un dovere che un diritto: il dovere di ciascuno di concorrere al progresso materiale e spirituale della società.

Proprio la centralità del lavoro, come mezzo per il progresso di una società altrimenti immobile, sta alla base di quel richiamo operato dall’articolo 1: è per questo che l’Italia e qualsiasi altra democrazia moderna si fondano sul lavoro e non sulla proprietà terriera o altri fattori. La trasformazione del diritto di tutti di poter lavorare, con tanto di preciso dovere a provarci, in diritto di tutti ad avere un lavoro, a prescindere dalla dimostrazione concreta di attitudine e, prima ancora, di volontà e disponibilità all’impegno, è alla base di una buona parte della devastazione culturale del nostro Paese.

Una devastazione che ha visto e vede tuttora come suoi principali alfieri quei sindacati del lavoro dipendente che, negli anni ruggenti del debito pubblico italiano, hanno condotto battaglie giuste, ma hanno accettato di vincerle non conquistando diritti, bensì prendendoli a prestito dalle generazioni successive. Un prestito che, nel nome della logica dei diritti acquisiti, oggi si rifiutano pure di restituire o quanto meno suddividere, dimostrando una lungimiranza e un’equanimità non certo superiore a quella poca che essi per primi contestano all’attuale governo tedesco, quando si parla di condivisione dei debiti sovrani.

Si dirà che il debito pubblico non dipende da questo, altrimenti non si spiegherebbe perché esso abbia raggiunto livelli impressionanti anche in Paesi come gli Stati Uniti, dove l’idea stessa di un diritto ad avere un lavoro, invece che a poter lavorare, fa semplicemente sorridere. In verità, il debito pubblico italiano e quello statunitense sono profondamente diversi dal punto di vista della loro genesi qualitativa: negli Stati Uniti è figlio della voglia di consumare di più a parità di lavoro; in Italia è figlio proprio della voglia di lavorare e rischiare di meno a parità di consumi.

Oggi che la politica del debito è finita (e non c’è compiacimento in questo, anzi, sarebbe bello non essere la generazione chiamata a cambiare passo), il Ministro Elsa Fornero, con le sue parole, non ha affatto oltraggiato la Costituzione.

Le ha semplicemente restituito dignità. Duemila miliardi di euro dopo.

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