Perchè la sinistra governa sempre senza mai vincere le elezioni

Un amico mi chiedeva come mai la sinistra classica, erede nelle sue varie mutazioni del Pci, governi quasi sempre, pur non avendo mai vinto le elezioni. Per quanto possa sembrare forte, l’affermazione ha un suo fondamento. Finita la lunga stagione del dopoguerra, con l’arrivo di  tangentopoli, la sinistra che si riteneva sicura vincitrice, fu sconfitta nel ’94 da una coalizione di partiti “nuovi”, almeno come forze di governo, guidata da Silvio Berlusconi, con Lega e Alleanza Nazionale. Questo governo durò solo sette mesi, per essere sostituito da un governo Dini, con anche il sostegno della sinistra, fino alle elezione del ’96, dove il centro- sinistra vinse con l’appoggio dei moderati e dei diniani provenienti dal centro desta e con un candidato cattolico moderato. La sinistra governò per cinque anni, pur con tre diversi presidenti del consiglio, dopo Prodi, D’Alema ( ’98-2000), unico esponente diretto di quella tradizione, portato al potere dai voti degli straccioni di Valmy, guidati da Cossiga e Mastella, che era stato eletto nel centro-destra, poi sostituito da Amato, ex socialista fino al termine della Legislatura. Vinse nuovamente Berlusconi che governò dal 2001 al 2006. Alle elezioni successive, Prodi trionfò per soli 25000 voti, grazie all’appoggio di Mastella e riuscì a restare al governo solo fino al 2008, quando Berlusconi tornò a vincere e a restare al governo fino al 2011, poi sostituito da Monti, appoggiato da Pdl e sinistra. Alle elezioni del 2013 la sinistra non vinse, ma grazie ai voti del Pdl prima e degli alfaniani eletti nel centrodestra poi, governò fino alla fine della legislatura, pur con tre presidenti diversi, Letta, Renzi e infine Gentiloni. Nel 2018 subentrò Conte e la storia è nota: dopo un governo giallo- verde durato poco più di un anno, la sinistra duramente sconfitta, è tornata al governo. Si può dire quindi garbatamente che la sinistra classica, non solo non ha mai vinto una elezione e pure quando ha governato, con l’eccezione di D’Alema, si è sempre appoggiata a leader moderati quali Amato, Letta, Renzi, Gentiloni. Per converso il centro-destra ha pure vinto solo con Berlusconi, il suo esponente più moderato. Questa situazione, più che interrogare la sinistra, dovrebbe spingere il centro-destra a farsi delle domande. Come mai pezzi importanti del suo schieramento hanno sostenuto governi dominati dalla sinistra? Come mai, pur essendo maggioranza nel Paese, non riesce a vincere, dopo la parentesi berlusconiana? La risposta, anche se sgradevole, sta nel fatto che non ha una linea comune e che manca di un progetto liberale ed europeista che convinca quei settori della società, che spesso hanno determinato la presa del potere della sinistra, che invece ai settori moderati e cattolici si appoggia. Il centro- destra deve decidere da che parte vuole andare: se intende seguire un sovranismo ideologico avrà grandi numeri, ma non il governo, deve dire parole chiare sull’euro, in cui siamo entrati male, lo abbiamo usato male, ma indietro non si può tornare, discorso identico per l’Europa. Deve fare chiarezza sulle alleanze internazionali, possiamo e dobbiamo avere buoni rapporti con Cina e Russia, ma dentro il quadro della Nato. Dovrebbe declinare un programma che tenga insieme le cose: giusto abbassare le tasse, ma nel contempo occorrerebbe prevedere una profonda riforma dell’architettura statale, con riduzione dei Comuni, abolizione vera delle Province, definizione del rapporto Stato- Regioni. Occorre mantenere i servizi di welfare ma vanno resi efficienti, occorre tagliare la burocrazia e ridurre i di pendenti pubblici, grazie anche all’uso delle tecnologie. Non si possono abbassare le tasse senza razionalizzare e tagliare la spesa. L’epidemia ha messo a nudo un apparato vecchio, lento e confuso. Non si può pensare di difendere le ragioni dei produttori di ricchezza, senza una giustizia civile che funziona. Insomma il centro-destra deve diventare non più moderato, ma più moderno, sapendo che la pratica di governo è cosa diversa dalla narrazione elettorale, come ha dimostrato con molta efficacia il governatore Zaia in questi giorni difficili. Nel gioco tattico la sinistra vince sempre, anche perché è il campione della conservazione dello status quo, una linea che forse non salva il Paese ma lo rassicura. La rivoluzione liberale, promessa da Berlusconi, in fondo senza mai crederci e mai realizzata, dovrebbe essere la stella polare in particolare della Lega, che ha ereditato i voti e la rappresentanza degli interessi del vecchi Popolo delle libertà e per conseguenza pure la guida della coalizione, ammesso e non concesso che Salvini riesca a trasformarsi da capopolo in statista. Bisogna saper vincere e convincere, per questo serve moderazione nella comunicazione e forza nel cambiamento.

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