Patto ‘ndrine-PD, il Pm fu rimosso da Franco Roberti

Di Paolo Comi

Nella maxi indagine “Aemilia” sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia Romagna le numerose informative dell’Arma e le segnalazioni dei Servizi segreti sui rapporti fra i vertici locali del Partito democratico e i capi cosca del clan Grande Aracri di Cutro non vennero mai “valorizzate”.
Il pm antimafia Roberto Pennisi, che pare stesse approfondendo questo filone investigativo, non fu rinnovato nell’applicazione alla Dda di Bologna dall’allora procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti, dallo scorso anno europarlamentare del Pd, con conseguente rientro alla sede di via Giulia. Pennisi non fece nemmeno in tempo a vedere i frutti del suo lavoro in quanto rientrò alla Dna otto mesi prima dell’esecuzione, avvenuta a giugno del 2014, delle misure cautelari dell’indagine “Aemilia”.
Pennisi era stato applicato alla Dda di Bologna due anni prima su richiesta del procuratore distrettuale Roberto Alfonso (successivamente nominato dal Csm procuratore generale di Milano) per coordinare, vista la sua comprovata professionalità maturata in indagini antimafia, la prima maxi inchiesta in Emilia Romagna sulla ‘ndrangheta.
Il fascicolo era in carico a Mescolini prima che Alfonso decise di farlo affiancare da Pennisi. Le applicazioni dei pm antimafia vengono disposte direttamente dal procuratore nazionale antimafia ed hanno durata biennale.
L’applicazione è rinnovabile con l’apertura di un nuovo procedimento, anche effetto di “stralcio” da un’altra indagine. Circostanza che sarebbe avvenuta con riferimento al livello “politico” dell’inchiesta.
Nel grande calderone dell’indagine Aemilia vi erano stati tanti indicatori di un rapporto organico fra esponenti del Pd e dei clan calabresi in materia di appalti e voti. Ieri era stato descritto sul Riformista il ruolo di Maria Sergio, moglie dell’allora capogruppo del Pd in Consiglio comunale a Reggio Emilia Luca Vecchi, poi eletto sindaco della città del Tricolore nel 2014. In una nota dei Servizi si leggeva che «la cosca cutrese Grande Aracri avrebbe fornito rassicurazione ad un imprenditore, tale Giovanni Mazzei sulla possibilità di avere appalti grazie proprio a Maria Sergio». Secondo i Servizi, in passato “dei favoritismi della Sergio avrebbe beneficiato, tra gli altri, l’imprenditore cutrese Gaetano Papaleo, «la cui moglie Maria Lucente è nipote del defunto capo cosca Antonio Dragone».
Nel Regolamento urbanistico edilizio del comune di Reggio Emilia, Sergio avrebbe favorito l’inserimento di un terreno edificabile di proprietà di Alberto Zambelli, un geometra che avrebbe avuto il compito per la ’ndrangheta di individuare lotti di terreno da acquistare con capitali di provenienza illecita per poi rivenderli una volta che erano divenuti edificabili, con conseguente maggiorazione di prezzo.
«Nell’aprile del 2012 in piena campagna elettorale – si legge ancora in una di queste informative – si registrano una serie di captazioni telefoniche ed ambientali in cui si evince l’interessamento di due membri del clan (successivamente condannati, nel processo Aemilia, ndr) nell’indirizzare il flusso elettorale della cosca nei confronti di candidati del Pd».
L’ex sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio, ora capogruppo del Pd alla Camera, venne interrogato da Alfonso e Pennisi, il 17 ottobre 2012, sul perché nel 2009 si fosse recato in visita a Cutro, in Calabria, in occasione della festa del Santissimo Crocifisso. Cutro è il paese da cui proviene la famiglia di ’ndrangheta di Nicolino Grande Aracri. Il personaggio centrale dell’inchiesta Aemilia. Delrio affermò di non sapere che Cutro fosse il paese del boss. Pennisi, terminata l’applicazione, si tolse qualche sassolino dalle scarpe.
«La mafia ha inquinato tutti gli ingranaggi della macchina della produzione – scrisse in una relazione – ed il tutto è favorito dal comportamento delle istituzioni locali i cui organismi rappresentativi sono alacremente impegnati nella consumazione dei reati di loro pertinenza ai danni della cosa pubblica, fornendo un esempio che di per se stesso e solo offre il destro al verificarsi di quei disastrosi inserimenti della mafia. E ciò spiega anche il comportamento dei cittadini in occasioni di competizioni elettorali, i quali preferiscono astenersi dal voto, piuttosto che vederlo utilizzato da politici corrotti o che adottano scelte amministrative che di fatto avvantaggiano i sodalizi mafiosi o le imprese dai predetti inquinate o con essi scese a patti».
Chi porterà a termine l’indagine sarà allora il pm Marco Mescolini. Nessun esponente del Pd verrà mai indagato.

Da Il Riformista

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