Orrori mediatici

bomportoPremessa: quanto segue è stato scritto al termine di una giornata di lavoro iniziata alle ore 8 e terminata alle ore 20 costantamente vissuta davanti al pc tra comunicati stampa, lanci di agenzia, telefonate, fotogallery e chi più ne ha, più ne metta. Causa alluvione nella bassa, ovviamente.

Scendo in strada, accendo la macchina, Radio 24, Alessandro Milan, rassegna stampa: Renzi, legge elettorale, metodo Stamina, gli scienziati contro le Iene. Bar: brioche, cappuccino, Corriere della Sera, politica, esteri, gli antiabortisti francesi a pagina 15, le frane in Liguria e l’alluvione nella Bassa Modenese a pagina 16 e 17. Un “piazzamento di classifica” discutibile per due argomenti, in particolare per il secondo, che sento più vicino per ragioni geografiche e professionali, viste le proporzioni del fenomeno (75 km quadrati l’area ricoperta dalle acque uscite dal Secchia, mille le persone sfollate al momento in cui scrivo, la tarda sera di lunedì 21 gennaio). Per quel poco che ho visto sui media nazionali durante questa giornata di lavoro appena terminata, non ho potuto fare altro che manifestare un certo senso di sbigottimento a fronte dell’approssimazione mostrata, per esempio, dal Tg1: leggere “Bonporto” anziché “Bomporto” in sottopancia grida vendetta, così come “Testimonianza di uno scampato” (Troppo difficile pensare a “Testimonianza di un superstite”, ma fa lo stesso).

Se con il flop del progetto politico della Lega Nord nei mesi scorsi mi ero accodato agli interrogativi di Finanza&Lambrusco sul fallimento della rappresentanza politica del nord, la vicenda attuale dell’esondazione del Secchia e la seguente fiera degli orrori dell’informazione mi hanno portato a riflettere sulla “rappresentazione mediatica” del nord, del nord che esula da Milano o da Torino: pressapochismo, se non indifferenza, hanno primeggiato in questo lunedì di alluvione (probabilmente, “grazie” all’unica persona dispersa in questa tragedia, martedì ci sarà maggiore copertura) che ha visto l’acqua gambizzare le speranze di un territorio che certo non scoppia di salute grazie anche al sisma del 2012. All’epoca del terremoto, i riflettori della ribalta nazionale si spensero verso agosto e a dare l’impressione di essere gli ultimi ad abbandonare il campo furono Radio 24 e Oscar Giannino intorno a novembre che dedicò più puntate del suo contenitore “9 in punto” alla Bassa prima di buttarsi in politica con Fid-Fare.

Perché la provincia del nord fa così fatica a imporsi? Perché nell’immaginario collettivo l’emiliano è mansueto e operoso mentre il veneto è una partita Iva tendenzialmente incazzata? Probabilmente obnubilato dal sonno e dalle palpebre calanti, provo a dare una mia risposta: la “comunicazione del disagio”, per ottenere un riscontro in termini di audience deve passare attraverso una forma di organizzazione e professionalità nel rapportarsi agli organi di stampa. La protesta estemporanea dei Forconi ha avuto esiti grotteschi con uscite mediatiche controproducenti e la partecipazione di personalità (Povia al casello di Modena Nord) che non giovano alla credibilità di un’iniziativa di protesta. Nella Bassa Modenesi, i due comitati dei terremotati presenti sul territorio periodicamente propongono iniziative di protesta e di sensibilizzazione che ottengono un ritorno a breve termine, ma che peccano di inesperienza e disorganizzazione per l’assenza di figure professionali incaricate di intrattenere rapporti con gli organi di informazione. Al contrario, ad avere esperienza e capacità organizzative in abbondanza nel mettere in piedi manifestazioni di protesta sono tradizionalmente partiti e sindacati di centrosinistra, i quali sono capaci di mettere in piedi scioperi generali con migliaia di persone nelle strade di Modena per ogni berlusconata, ma che difficilmente schiereranno militanti e sostenitori con bandiere e striscioni per un “No nutria day”, animale additato come tra i principali responsabili dell’erosione (sic!) dell’argine del Secchia che ha poi ceduto nella frazione di San Matteo.

Provando ad esulare da una spiegazione tecnica (del resto non si può pretendere che in 24 ore spunti un comitato degli alluvionati con tanto di ufficio stampa organizzato), potremmo tentare una via istintiva ed emozionale: tutte le volte che vengo ospitato dai genitori della mia ragazza (una giovane donna di origini sarde), ella stessa mi fa notare come sia tendenzialmente chiuso, riservato. Insomma, non sono caldo, emozionale, “non faccio cinema”: in quanto “Padano” (originario di quel lembo di terra compreso tra Alpi ed Appennini), sono poco empatico con l’emotività mediterranea, non suscito spontaneità e immediatezza. Allora mi chiedo: le nostre calamità di provincia non fanno audience perché noi attori protagonisti di questo palcoscenico alluvionato/terremotato non sappiamo bucare lo schermo? La risposta ai lettori di Finanza&Lambrusco.

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