Opus Sacrum Opus profanum

La collezione Pier Luigi PizziSan Marino, palazzo SUMS, 20 giugno- 30 settembre 2011

Una quadreria del Seicento da Ribera a Giordano.

Chi non ha mai ammirato nella sua interezza la collezione di dipinti antichi del grande scenografo Pier Luigi Pizzi, allestita con gusto impeccabile in varie stanze del piano nobile del suo palazzo veneziano – stiamo parlando di oltre cinquanta opere delle principali scuole italiane del Seicento- ha tempo per rimediare, dal 20 giugno al 30 settembre di quest’anno, salendo sul Monte Titano nella Repubblica di San Marino. Come nella casa del Maestro, nella sede espositiva sanmarinese di Palazzo SUMS, divisa per l’occasione in tre stanze, i quadri sono disposti su uno sfondo color minio che esalta i valori chiaroscurali della pittura del suo amato Seicento. Ma se il maestro Pizzi, nella propria residenza, anche per motivi di spazio, ha dovuto disporre i propri dipinti su almeno due file, come in una vera quadreria seicentesca, nel palazzo di San Marino le opere sono disposte per lo più in fila ad altezza d’uomo e ben illuminate, con grande vantaggio per la visione e lo studio delle opere, ma sempre, come in casa del Maestro, per spiegare stili narrativi diversi e suscitare emozioni. Quella di Pizzi, oltre che una collezione di dipinti, è una rappresentazione teatrale che vuole raccontare ai posteri che ‘razza d’uomo’ fosse il collezionista che l’ha messa insieme. Il suo bisogno inesausto di creatività l’ha portato anche a raccogliere quadri antichi, di bella pittura, freschi di conservazione e interessanti dal punto di vista critico.E tutto questo non certo come via d’accesso al prestigio sociale, che si è guadagnato sulle scene, né tantomeno come speculazione economica, come dimostra il fatto che la raccolta si è sempre accresciuta e mai depauperata. Il suo interesse per il fatto artistico è genuino ed istintivo e trae linfa vitale da una curiosità insaziabile e da una natura fortemente sensuale. I visitatori avranno modo di ammirare tele bellissime, alcune delle quali prima d’ora inedite e tenute gelosamente nascoste, come la Maddalena penitente del genovese Gioacchino Assereto o il San Sebastiano del napoletano Luca Giordano, immagine, quest’ultima, scelta anche per la copertina del catalogo e il manifesto della mostra. E non è un caso. Sebastiano è il santo più presente nella collezione del Maestro che ama indugiare su quei corpi nudi esposti alla contemplazione della bellezza e della fede che si prestano ad indagini di stati d’animo sofferti e drammatici che sono poi quelli prediletti dal collezionista e dallo scenografo Pizzi.La raccolta comprende anche prospettive architettoniche e nature morte perché l’idea originaria del Maestro era quella, tutta seicentesca, additata per primo da Papa Clemente IX Rospigliosi, di documentare in una collezione tutti i generi (dalla pittura di storia, alla figura umana, al paesaggio, alla natura morta).Erano gli anni ottanta quando Pizzi s’avvicinò alla pittura del nostro Seicento italiano. L’occasione fu l’incarico di allestire al Grand Palais di Parigi una mostra che per la prima volta presentava al pubblico i dipinti del Seicento italiano conservati nelle collezioni francesi. Quell’esposizione, che finì per far innamorare Pizzi dell’arte del nostro Seicento con la conseguente creazione della raccolta di dipinti antichi qui per la prima volta interamente esposta, ebbe un successo clamoroso. Mai prima d’ora si era visto in un’esposizione d’arte antica un allestimento così geniale ed innovativo che cercava di restituire il contesto storico cui le opere appartenevano: un salone trasformato in una chiesa barocca, la ricostruzione della galleria di Luis Philippe de la Vriellerie, la raccolta in un’unica stanza della serie dedicata da Giovanni Baglione all’Apollo e le Muse, voluta da Anne d’Autriche, nonché la collocazione, accanto a dipinti, di statue e bassorilievi, per ritrovare quell’antico splendore che pare una delle costanti anche della sua opera teatrale.Allora Pizzi viveva a Parigi dove aveva messo in scena molti spettacoli barocchi, da Bach a Rameau passando per Handel e Vivaldi. Dopo quel successo, i suoi magnifici allestimenti non si contano, dall’indimenticabile Magnificenza alla corte dei Medici nella sala degli Argenti a Palazzo Pitti a Firenze (1997) alla recentissima Anticomania (2010) per il mercante parigino di Kugel nel palazzo a tre piani che si affaccia sulla Senna.E merita almeno un cenno la ‘sua’ sistemazione permanente del cortile di palazzo Corsini sul lungarno in occasione della Biennale di Firenze: quello spazio è diventato il luogo più chic e ambito della mostra, dove tutti i mercanti vogliono stare e i collezioni amano indugiare.Ma in questa occasione lo scenografo Pizzi si è volutamente messo un po’ in disparte per far parlare i suoi quadri.E’ stato bravissimo Andrea Donati, curatore del catalogo stampato ammirevolmente per conto del Governo della Repubblica di San Marino in occasione della visita ufficiale di papa Benedetto XVI del 19 giugno 2011, a scrivere il lungo saggio introduttivo, rettificare e precisare qualche attribuzione e coordinare tutti gli studiosi che vi hanno partecipato. Allo stesso Donati va anche il merito di aver fatto accettare al Maestro che in catalogo venissero pubblicate schede di dipinti che, in virtù dell’avanzamento degli studi, presentavano variazioni attributive rispetto a quelle fino ad allora credute o che venissero presentate opere ancora in cerca della precisa paternità. In questo settore c’è ancora da fare e la mostra è un’occasione imperdibile.Pizzi che ha acquistato dipinti senza guardare troppo a chi fossero gli autori, ma principalmente per seduzione estetica, nonché per piacere suo e dei suoi amici, con l’ironia garbata che gli è propria prende bonariamente in giro le idee più disparate degli storici dell’arte di fronte ai suoi quadri più problematici. E’ il rischio di chi ha comprato un unico quadro firmato e datato: l’Ecce homo di Jusepe de Ribera (1631) che sornione ci osserva con quel suo patetismo interiorizzato e sommesso.

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