O Draghi o fuori dall’Euro

Di Francesco Cancellato

Ultimi in Europa per crescita del Pil, su il debito e il deficit, ben oltre il 130% e il 3% del Pil fissati dai parametri di Maastricht. Giù l’occupazione e su la disoccupazione, stabilmente sopra il 10%. Crescita degli investimenti che rallenta, dal +3% degli scorsi anni allo 0,9% del 2019. E soprattutto, tutti dati in peggioramento rispetto all’ultima rilevazione e alle previsioni del governo.

Che sia difficile trovare buone notizie nello stato dell’economia italiana è quasi un’ovvietà. Le ultime previsione della Commissione Europea tuttavia sono sconfortanti, anche per chi, come noi, non ha mai lesinato critiche alle scelte di politica economica dell’esecutivo: tutto quel che potrebbe andare male, sta andando malissimo. Soprattutto, non c’è stimolo, dal Reddito di Cittadinanza a Quota 100, dallo sblocca cantieri al decreto crescita, che sembra in grado di invertire la tendenza. E di fronte, ciliegina sulla torta, abbiamo una bella manovra lacrime e sangue che dovrebbe costare una trentina di miliardi e un dibattito pubblico che ormai discute se sia più opportuno un aumento dell’Iva o una patrimoniale, per sistemare i conti.

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Potremmo prendercela per l’ennesima volta con la maggioranza giallo-verde, se volete. O, meglio ancora, con l’esercito di creduloni che le è andato dietro come i topi col pifferaio magico, convinti che gettare soldi dalla finestra per sussidi e prepensionamenti ci avrebbe miracolosamente fatti ripartire, che è un po’ come autoconvincersi di poter dimagrire con una dieta a base di pizza e patatine. Potremmo, ma sinceramente ci è passata pure la voglia, e pure le speranze che qualcosa possa cambiare.

L‘idea del Governo Gialloverde? Che gettare soldi dalla finestra per sussidi e prepensionamenti ci avrebbe miracolosamente fatti ripartire. È un po’ come autoconvincersi di poter dimagrire con una dieta a base di pizza e patatine

È tutto lì da anni, del resto, quel che dovremmo fare. Servono misure per riallineare la crescita della produttività totale dei fattori – e quella del lavoro, in particolare – al resto del mondo sviluppato, che cresce più di noi proprio grazie all’innovazione tecnologica. Serve abbassare le tasse, soprattutto quelle sul lavoro, soprattutto lo stramaledetto cuneo fiscale che consente allo Stato di trattenersi, in media, quasi la metà di ogni retribuzione. Serve tagliare la spesa corrente e improduttività per far ripartire gli investimenti pubblici, soprattutto quelli legati alle infrastrutture. Serve che la scuola e la formazione degli individui torni a essere il cuore del nostro modello di sviluppo, che si fonda da sempre – in mancanza di petrolio, materie prime e soldi che crescono sugli alberi – sul capitale umano.

Domanda: è davvero necessario aspettare di essere sul ciglio del baratro, per fare quel che serve? È davvero essenziale aspettare l’ennesimo governo tecnico che faccia quel che la politica non è in grado di fare e che lo faccia in uno stato di emergenza? È davvero fondamentale sprecare tempo e soldi per alternative che producono nulla, se non un po’ di consenso elettorale oggi, e tanta disillusione domani? È davvero così folle pensare che una manovra fondata su più investimenti, meno tasse sul lavoro e spending review sulla spesa corrente non si possa trovare un accordo politico più ampio di quello dell’attuale maggioranza, che ci consenta di negoziare con Bruxelles e coi mercati con un po’ di forza politica in più?

Quel che conta, oggi, è che stiamo andando verso un domani che nessuno vuole, perché non vogliamo rinunciare ai nostri piccoli privilegi, alle nostre piccole rendite di posizione

Tutte illusioni, purtroppo. Nei fatti, stiamo andando nella direzione diametralmente opposta e lo stiamo facendo di gran lena. Che il futuro sia un governo di Draghi, lacrime e sangue, o un governo Salvini, che porti alle estreme conseguenze – leggi: uscita dall’Euro – lo scontro per l’Europa, poco importa in fondo. Quel che conta, oggi, è che stiamo andando verso un domani che nessuno vuole, perché non vogliamo rinunciare ai nostri piccoli privilegi, alle nostre piccole rendite di posizione, alla nostra claudicante e rovinosa normalità. Questo ci dicono tutte le volte i dati economici, non che questo governo sia più o meno cattivo di quello precedente. Ma che tutti questi governi sono figli di una domanda politica che ci condurrà esattamente dove non vorremmo mai andare. L’importante è che lo sappiamo.

Da Linkiesta

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