NON BASTA UNO “SCIOPERINO” A FERMARE L’ODIO

C’è qualcosa di un po’ paradossale in Kim Kardashan che congela i suoi account social ma.. solo per un giorno.


Già, perchè dal giorno dopo business as usual, dato che quei social in fondo macinano soldi per la diva con uno scattino di una scarpa griffata qui e di una borsetta là, piazzando prodotti di aziende che saltano sul vagone della lotta al razzismo e poi magari inquinano qualche fiume o fanno cucire un pallone a 2 euro al giorno a qualche adolescente del terzo mondo.

Insomma, sarebbe un segnale più forte se una campagna che chiede a Facebook di dare priorità “alle persone rispetto ai profitti” venisse seguita da un esodo permanente da quegli stessi social da parte delle star, rinunciando a tali profitti una volta per tutte.

Certo, mentre personaggi del calibro di Michael Jordan o Di Caprio, anche essi aderenti alla campagna, ma magari tirati un po’ dentro per la giacca, potrebbero comunque proseguire le proprie professioni di imprenditore e attore, per la Kardashan forse la cosa risulterebbe più scomoda.

Del resto quei social che spargono talvolta “fake news”, magari odio, o ignoranza, spargono pure tanta vacuità e gossip, su cui gran parte della carriera di questa “diva” si è costruita. Fosse stata un Nobel per la chimica, immaginiamo non avrebbe avuto problemi a chiudere l’account definitivamente evitando così di alimentare traffico sulla piattaforma a prescindere.

Già, perchè occorre ricordare che stabilire il confine fra censura e libertà di espressione, fra fake news e giornalismo, fra ciò che è legittimo condividere e ciò che no, è materia più complessa di come la si vorrebbe far passare, magari convenientemente all’alba di una elezione presidenziale, risolvendola con un hashtag dalle belle intenzioni come “fermiamo l’odio”.

Certo non mi piace tutto quello che viene condiviso sui social, ma non per questo è semplice dirimere che cosa sia “hate speech” e quindi in contravvenzione delle leggi, per esempio incitare persone ad atti violenti, e che cosa sia sgradevole, magari iperbolico, anche di cattivo gusto, ma dentro le regole della democrazia. E se la cosa è a volte difficile da stabilire per i legislatori, dubito sia nelle competenze della Kardashan, e ancor meno mi fa stare tranquilla l’idea che sia Facebook l’arbitro ultimo come qui si chiederebbe. Addirittura qui si chiede a una società privata di censurare i commenti del Presidente degli Stati Uniti, colpevole di aver scritto che “quando inizia il saccheggio, iniziano le sparatorie”. Qui si chiede anche tra le righe che Facebook – sulla linea di Twitter – sia un po’ più ostile a Trump, che agli ambienti democratici di Hollywood, peraltro non senza qualche scheletro nell’armadio, non piace particolarmente.

E ancora più preoccupante è che si tiri nel discorso il tema delle fake news. Perchè se le fake news possono costituire un problema (peraltro distinto), lo è secondo me ancora di più lo spettro del pensiero unico, molto caro alla parte democratica, che ormai già serpeggia negli ambienti di lavoro e nel dialogo pubblico. Insomma, quelli che vogliono fermare l’odio, sono però purtroppo spesso gli stessi che si tengono nel taschino la parola “razzista” da scagliare subito al malcapitato che non la pensa come loro. Per fare un esempio, il pensiero unico ormai stigmatizza di fatto tramite la pressione del gruppo, negli ambienti professionali, chiunque si azzardi a esprimere l’idea che tutta questa fanfara del “diversity & inclusion” delle aziende americane e la cosiddetta “affirmative action” ossia le corsie preferenziali per le minoranze e gli orientamenti sessuali, è un’idea stonata, divisiva, e ironicamente – essa sì – autenticamente razzista.

Quelli che vogliono fermare l’odio fanno il mini-scioperino quando l’odio viene secondo loro dai “white supremacist”, ma sorvolano convenientemente di commentare su un’anziana che protegge il suo negozio, malmenata da un branco di manifestanti durante le proteste del “black lives matter”, sui poliziotti investiti in auto o aggrediti dai “manifestanti”, o le circa 19 uccisioni risultate dalle proteste stesse, i costi stimati in oltre il miliardo di danni, tutte cose che evidentemente non saranno state animate dall’odio sui social.

Insomma, se il tema di come regolare le notizie sui social esiste, preferirei affrontarlo a mente fredda e con i legislatori, piuttosto che con personaggi di reality show, in un clima un po’ incendiato, ideologico, un pochetto ipocrita e con troppe ragioni di convenienza in mezzo. Preferirei anche affrontarlo tenendo a mente che preferisco ritrovarmi oggigiorno con decine di migliaia di terrapiattisti che non tornare ad un pensiero unico dove chi pensa che la terra gira intorno al sole viene messo in carcere.


Ecco, questo forse mi preoccupa di più. Che coloro che oggi chiedono a Facebook di censurare il commento del Presidente degli Stati Uniti, probabilmente calpesterebbero senza tanti patemi la mia libertà di espressione di cittadino comune. Magari con i tacchi di Valentino, scattandosi un selfie, per incassare poi un’altra tornata di like, a sciopero concluso.

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