Niente tasse sulle merendine, niente reddito di cittadinanza. Ecco l’agenda di Mario Draghi per salvare l’Italia

Di Andrea Fioravanti

Niente tasse sulle merendine, redditi di cittadinanza o investimenti “green” da fare a debito senza rispettare i vincoli di bilancio europei. All’Italia serve «Un’agenda di riforme strutturali»: bisogna diminuire la spesa pubblica e aumentare la concorrenza del mercato italiano. E i Paesi che hanno un alto debito pubblico devono fare «una politica fiscale prudente per non destabilizzare la situazione» dell’eurozona. Tradotto: fare riforme ad ampio respiro, farle bene e farle presto. Perché aumentare il deficit nella prossima legge di bilancio non risolverà tutti i problemi dell’Italia. Questo è il messaggio di “super” Mario Draghi al governo Conte due. Il presidente della Banca centrale europea ha snocciolato i punti della sua agenda politica con il solito tono pacato, rispondendo alle domande dei deputati della commissione Affari economici del Parlamento europeo nella sua ultima audizione a Bruxelles come capo dell’Eurotower.

Primo punto dell’agenda politica di Draghi: pensare in grande. Aumentare la concorrenza nel mercato italiano sempre più depresso, velocizzare i tempi della giustizia, più investimenti in ricerca e istruzione. Perché «Le riforme strutturali sono una categoria più ampia rispetto a le riforme singole come quella del mercato del lavoro». Non bastano le promesse bandiera agitate in campagna elettorale per risolvere i problemi dell’Italia. Il riferimento velato è al reddito di cittadinanza che avrebbe dovuto far crescere il Pil italiano in un solo anno dell’1,5 grazie al suo effetto moltiplicatore. Almeno promettevano così Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, quando ancora facevano parte del governo gialloverde. Ma non è successo. Perché per garantire una crescita stabile e realizzare «obiettivi di equilibrio strutturale» serve una combinazione di tante riforme a largo respiro, senza paura di scontentare qualcuno. Draghi ha parlato anche d’intervenire sul «mercato dei prodotti», gergo da economisti che significa per esempio aprire il mercato delle libere professioni: notai e ingegneri, per dirne due. Oppure liberalizzare le concessioni delle spiagge come in teoria imporrebbe la direttiva Bolkestein, congelata dal governo italiano. Ma bisognerebbe anche combattere la burocrazia fatta di lacci e lacciuoli, di timbri, di code e dipendenti poco propensi ad aggiornarsi.

«Chi ha debito sia prudente, chi ha spazio bilancio spenda». Draghi dà un colpo all’Italia, ma anche uno alla Germania. Secondo il presidente della Bce i tedeschi devono iniziare a spendere in deficit per stimolare la crescita nell’area euro, che nel 2019 è «Rallentata più di quanto avevamo previsto». Un calo dovuto dalla debolezza del commercio internazionale per la politica dei dazi, politiche protezioniste e fattori geopolitici. Problemi destinati a durare nel tempo. Bisognerà affrontarli prima o poi. Per questo la Germania, prima manifattura d’Europa è il «Membro dell’area dell’euro più colpito dal rallentamento». Se l’industria manifatturiera sarà debole, ci sarà il rischio di contagiare altri settori dell’economia.

Alcuni giornalisti tedeschi sostengono che il presidente della Bce dica le stesse identiche cose in ciascuna conferenza stampa da quando è diventato presidente dell’Eurotower nel 2011. Un amore mai sbocciato tra la Germania e Draghi. Addirittura dieci giorni fa il quotidiano tedesco Bild ha messo il faccione di Super Mario in prima pagina con un fotomontaggio, chiamandolo, Droge Kredit, “Conte Draghila” e accusandolo di svuotare i conti correnti tedeschi con le sue politiche espansive. Per questo il presidente della Bce ha voluto togliersi qualche sassolino dalla scarpa e ha voluto rivendicare quanto ha fatto durante gli otto anni del suo mandato: «Quando sono apparso per la prima volta davanti alla commissione Affari economici, nel dicembre 2011, l’area dell’euro era piena d’instabilità finanziaria; stava cadendo in una seconda recessione».

Da quel momento l’Euro è diventato sempre più stabile ma la politica espansiva della Bce può arrivare fino a un certo punto. L’Europa rallenta più del previsto e i vincoli di bilancio sono efficaci per contenere il debito, non per stimolare la crescita. Servono riforme che finalmente completino quanto fatto in questi anni. Non si può campare sempre di quantitative easing. Alla fine del mandato Draghi ha voluto passare il testimone non alla sua successore Christine Lagarde, che entrerà in carica a novembre, ma agli Stati dell’Ue. Sono loro a dover fare i compiti a casa ora. E in particolare Germania Italia, le due facce della stessa eurozona. Una deve iniziare a fare deficit, l’altra deve smettere di pensare che sia la panacea di tutti i mali. «Abbiamo bisogno di una strategia economica coerente nell’eurozona che complementi e migliori l’efficacia della politica monetaria».

Da Linkiesta

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