Niente governo coi Cinque Stelle: Zingaretti vuole tornare al voto con Sala candidato premier

Di Giulio Scranno

Un governo del presidente se dovesse cadere l’esecutivo giallo-verde? Il Pd non sarebbe disponibile a sostenerlo, a meno che non siano presenti tutti i partiti dell’arco parlamentare, nessuno escluso. È questa la posizione del segretario Nicola Zingaretti, che smentisce quanto scritto ieri da alcuni organi di stampa. Il leader dem l’ha detto chiaramente ai suoi, lo ripete in ogni occasione pubblica e l’ha fatto sapere anche al capo dello Stato Sergio Mattarella, molto legato a due dei principali sostenitori interni di Zingaretti, Paolo Gentiloni e Dario Franceschini.

«Non sarebbe in alcun modo possibile per noi sostenere un governo tecnico – ci rivela un parlamentare che fa parte della nuova maggioranza interna – senza una presa di responsabilità di tutti, Lega e Cinque Stelle in primis. Abbiamo visto la fine che ha fatto il Pd di Bersani per aver dato i voti, insieme a Forza Italia e ai partiti di centro, al governo Monti. Al di là delle valutazioni politiche che si possono fare di quel governo, fu un’esperienza che il Pd ha pagato carissimo in termini di consenso e noi, oggi, non ci possiamo permettere di perdere altri voti».

È per questo che, da alcuni giorni, Zingaretti sta spingendo insistentemente sul tasto delle elezioni anticipate in caso di uno showdown dei pentaleghisti, che sembra sempre più probabile, dopo le elezioni europee. Un messaggio molto chiaro sia agli avversari politici, sia al Quirinale, sia alla sua pattuglia parlamentare che, come noto, è tutto fuorché un monolite che si muove compatto dietro il segretario. «Se deputati e senatori legati a Lotti e Guerini (che sono la maggioranza alla Camera e, soprattutto, al Senato) pensano che il Pd debba fare da stampella ad un governo tecnico, hanno sbagliato a capire», ci dice ancora il deputato zingarettiano. Sul piatto, come sempre in questi casi, ci sarebbe il fatto che i parlamentari non maturerebbero il diritto alla pensione, che viene garantito solo due anni e mezzo di legislatura.

Ma per proseguire la legislatura, in caso di crollo dell’attuale maggioranza ne servirebbe un’altra, politica. E ciò che è successo nelle ultime settimane, con gli attacchi diretti e strumentali alla sua persone da parte dei Cinque Stelle, ha convinto Zingaretti, che pure si era sempre dimostrato possibilista, che una maggioranza alternativa Pd-M5s sia davvero impossibile da mettere in piedi. «E come potremmo allearci oggi con chi si inventa manifesti elettorali finti per colpirci?», si chiede la nostra fonte.

Di certo il voto anticipato, in queste condizioni, sarebbe tutt’altro che una passeggiata di salute per il Pd. Anzi, sarebbe uno scenario da far tremare i polsi. Inutile dire che il tutto sarà molto condizionato dal risultato delle Europee, sia per quanto riguarda la sopravvivenza del governo, sia per valutare quali siano i reali margini del Partito Democratico. Un buon risultato (il sogno è il 25%, il minimo indispensabile è superare il 20%) potrebbe essere il viatico per una pressione ancora più forte sul tasto del voto anticipato. In questo caso, come lasciato filtrare in maniera solo apparentemente involontaria, il candidato premier sarebbe già pronto e risponde al nome di Beppe Sala, considerato da tempo il profilo giusto per unire le diverse anime del partito e intercettare l’elettorato lontano dal Pd.

Totalmente diverse le prospettive se il voto del 26 maggio dovesse registrare un’ulteriore arretramento rispetto alle scorse elezioni politiche. In questo caso le spinte centrifughe (provenienti soprattutto dall’area dei turborenziani) potrebbero diventare incontrollabili e il Pd come lo conosciamo oggi (tenuto insieme con l’elastico) potrebbe non esistere più.

Da Linkiesta

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