Milanesi, bresciani, romani, la gran partita di Confindustria

Di Massimiliano Keller

«Partita inizia quando arbitro fischia». Se il grande allenatore Vujadin Boskov fosse ancora tra noi, sarebbero queste le sue parole a commento della corsa elettorale per la presidenza di Confindustria.

Già, perché mancano ancora tre mesi alla nomina dei saggi, cui spetta da Statuto sondare la base associativa e identificare i candidati del post Vincenzo Boccia. E ci sono cinque mesi da qui al Consiglio generale dell’aquilotto per la designazione del nuovo presidente, e addirittura ne restano sette perché l’Assemblea generale incoroni il prossimo leader degli industriali italiani. Eppure, tra candidati dichiarati, altri in pectore, carte coperte e cardinali che si atteggiano a papa, la partita pare già cominciata. Prima del fischio dell’arbitro appunto. Peraltro, senza che alcun risultato sia più probabile di altri.

Andiamo con ordine però. Chi c’è in campo? Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, è sulla bocca di tutti. Milanese, 53 anni e alla guida della Synopo, gruppo da 15 milioni di fatturato, operativo nel settore biomedicale, Bonomi è la promessa dell’imprenditoria meneghina. Nelle sue mani sono state riposte le speranze di un’Italia operativa, positiva, innovativa. Prima dell’estate, Bonomi è uscito con un lungo articolo sul Foglio che aveva tutto il sapore di un manifesto elettorale.

Prima dell’estate. Ere geologiche fa. Quando Matteo Salvini non aveva ancora ordinato il primo mojito e Luigi Di Maio era ancora al ministero per lo Sviluppo Economico. In quel momento serviva fare la voce grossa contro l’esecutivo. Poi il governo è caduto, Salvini è andato a casa e ora c’è un’altra maggioranza. Il tone of voice necessario, forse, è cambiato.

Sarà stato questo a convincere Giuseppe Pasini, il presidente degli industriali bresciani, a fare il passo di candidarsi. Lui. Nessun altro. Manifatturiero di seconda generazione, siderurgico fino al midollo, Pasini è al comando di una macchina produttiva che fattura oltre un miliardo di euro ogni anno e fa lavorare circa 5mila persone. Molto più stringato di quello di Bonomi, il suo messaggio è che Confindustria ha bisogno di un imprenditore manifatturiero. E chi può dargli torto? Chi più di lui potrebbe essere tanto rappresentativo di un’industria italiana – del Nord! – che scalpita per mostrarsi in tutto il suo 4.0?

Qui però parte il retropensiero. Perché Pasini è entrato in partita? Possibile che non si sia reso conto che così facendo ha spaccato in due gli industriali della Lombardia? E se fossero allora altri a mettere i bastioni tra le ruote alla locomotiva lombarda? Chi ci garantisce infatti che dalle parti della sede di viale dell’Astronomia, a Roma, siano tutti inclini a una Confindustria in modalità disruptive? Chi ci dice che vada bene proprio a tutti un aquilotto alla milanese maniera?

Intendiamoci, l’ultima assemblea di Assolombarda tutto è stata fuorché low profile. Con la Scala, Mattarella e i corazzieri. Con Bonomi che ha fatto una relazione dal respiro nazionale e il premier Conte che gli ha risposto. C’è poco da fare, Confindustria sta a Roma, mica a Milano. L’ultimo presidente di Confindustria espressione diretta di Assolombarda è stato Alighiero De Micheli. Correva l’anno 1955.

Perché Pasini è entrato in partita? Possibile che non si sia reso conto che così facendo ha spaccato in due gli industriali della Lombardia?

E allora qui entrano in campo gli altri papabili. Dal presidente di Federlegno, Emanuele Orsini, a quello di Confindustria Vicenza, Luciano Vescovi, o ancora Edoardo Garrone, di Erg, ma forse è meglio dire presidente del Sole 24 Ore. Per non dire di Marco Tronchetti Provera, che giovedì scorso era a Piazza Pulita da Corrado Formigli. Capitani, colonnelli e generali d’industria. Chi più chi meno rappresentativo di un Nord manifatturiero, non solo milanese, non solo lombardo, desideroso di alzare la voce e valorizzare un Made in Italy oggi quanto mai angosciato dalla Germania che rallenta e dal rischio dazi imposti da Donald Trump. Lavoro, green economy, innovazione. Si può essere d’accordo o anche no su tutto questo. L’industria può piacere o meno. Ma gli imprenditori credono in quello che dicono. Eccome.

Con questo spirito, Marco Bonometti, il presidente di Confindustria Lombardia, ha tentato di rimettere insieme i cocci. Prima con un pranzo, a inizio della scorsa settimana. Poi, giovedì appena passato, con una riunione che pare sia stata quanto meno frizzante. Bonometti è un uomo di decisione, sostanza e istinto, colui che già quattro anni fa si era immolato, per lasciare campo libero ad Alberto Vacchi, poi battuto da Boccia. Bonometti, il manifatturiero bresciano – paro paro come Pasini – ma dal cuore lombardo. Non gli dev’essere stato facile, vista l’indole vulcanica, far da paciere. Peccato però che dalle sue adunate non è uscita né una fumata bianca né una fumata nera.

Nulla. Eppure il messaggio era chiaro: stringiamci a coorte, ragazzi, che qui ci fanno il mazzo ancora prima di uscire dagli spogliatoi. Ma niente. In Lombardia si temporeggia. Si litiga. E non si arriva a un dunque. Il tutto con il piacere di chi trama per un’altra Confindustria. Meglio o peggio non è dato saperlo. Ma soprattutto per il godimento di quelli che si ingozzano di popcorn di fronte all’imbrunire dei soggetti intermedi.

Da Linkiesta

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