Merkel non invade l’Europa, la commissaria

colonialismoLa Grecia rischia di diventare il primo paese ufficialmente commissariato da Angela Merkel. E’ la richiesta, rivelata dal Financial Times, inviata da Berlino alle altre capitali europee. Non stiamo parlando dei “compiti a casa” chiesti a Silvio Berlusconi e poi a Mario Monti. Né dei vincoli, pur rigidi, imposti a Portogallo e Irlanda, gli altri due paesi destinatari di aiuti. No: qui si tratta, citiamo testualmente,di “cessione di sovranità su tasse e decisioni di finanza pubblica ad un commissario europeo per il budget, senza di che non ci sarà l’erogazione della seconda tranche da 130 miliardi del prestito comunitario”. Leggiamo ancora: “Il commissario deve avere potere di veto sulle decisioni del Parlamento se esse non saranno in linea con gli obiettivi fissati dai creditori. Il nuovo amministratore, nominato dagli altri ministri delle finanze dell’eurozona, dovrà avere la supervisione di tutti i maggiori capitoli di spesa pubblica”. Atene deve anche essere costretta ad adottare (“to be forced to adopt”) un obbligo ad usare ogni entrata per ridurre anzitutto (“first and foremost”) il debito. “La Grecia” scrive la Germania “deve accettare almeno temporaneamente un passaggio di sovranità fiscale verso un’altra entità esterna”. Il testo della Cancelleria non è lungo: una cartella, cinque paragrafi, due articoli, uno dei quali intitolato in effetti “Trasferimento della sovranità fiscale”. Il tutto riassunto come “Assurance of Compliance in the 2nd GRC Programme”: Assicurazione del rischio del secondo programma Grecia.

Sembra un comma da polizza auto. Invece è un documento storico: per la prima volta si chiede a una democrazia di cedere diritti scaturiti dalle elezioni. A 236 anni dalla rivoluzione americana che sancì il principio di tutte le società moderne, “No taxation without representation” (solo gli eletti del popolo possono imporre le tasse), ci voleva l’Europa a dominio tedesco per tornare al 1700, ai protettorati, anzi alle colonie.

Certo, la Grecia se l’è cercata. Decenni di finanza allegra, clientelismi e evasione fiscale (al confronto l’Italia è un esempio di pubbliche virtù); poi ha falsificato il bilancio; infine le promesse di riforme che non riesce ad attuare. Neppure con il premier tecnico Lucas Papademos, ex vicepresidente della Bce. Ma perché, scoperta la frode, l’Europa non ha lasciato che i greci dichiarassero l’insolvenza e uscissero dall’euro? Il piano di taglio del debito in dirittura in queste ore fa perdere ai creditori privati il 70%: lo chiamano default controllato, in realtà è un fallimento. Secondo gli economisti (citiamo Franco Bruni della Bocconi) ed i money trader internazionali, con l’uscita o l’espulsione dall’euro la Grecia avrebbe visto crollare i titoli esattamente di quel 70%; ma tornando alla dracma avrebbe goduto di svalutazioni che non ne avrebbero messo in ginocchio il tessuto sociale. Né ci sarebbe stato il virus dei debiti sovrani che ha bruciato oltre 4 mila miliardi di risorse.

Siamo invece alla democrazia limitata. Imposta non da una dittatura ma da un paese, la Germania, che qualche remora dettata dalla storia dovrebbe pure avvertirla. C’è una logica in questo? “Follow the money”, segui il denaro e troverai la spiegazione. La Grecia è stata finanziata da banche franco-tedesche per 120 miliardi. Priva di infrastrutture e fabbriche, era come investire ai minimi, con rimborsi garantiti in valuta unica, magari nella prospettiva di creare un paese-cacciavite, però europeo. Pochi mesi addietro fu rivelato un piano chiesto dalla Merkel allo studio di consulenza Roland Berger: prevedeva la creazione di un trust lussemburghese in cui convogliare i proventi della vendita degli asset di Atene, dagli aeroporti ai telefoni, con le opzioni date in garanzia alle banche renane.

La Cancelliera parla sempre della tutela dei contribuenti tedeschi; ma pare che oltre ai sacri principi ci siano anche solidi interessi. Forse da questi è nata l’ostinazione a negare il default ed ora l’imposizione di una sorta di gauleiter, sia pure con le stelline europee e non con l’aquila imperiale (o peggio)? Il documento pubblicato dal Ft è però importante anche per un altro motivo: né Berlino né le altre capitali hanno ritenuto di portarlo a conoscenza dell’opinione pubblica.

Forse non è opportuno che si sappia che cosa si muove dietro l’euroretorica. Ed in effetti questa faccenda ci riguarda: non siamo la Grecia, ma abbiamo un governo che sta obbedendo a Berlino. Cose giuste assieme ad un po’ di fumo negli occhi, accolto tutto come oro colato. Sergio Romano, che conosce il mondo come pochi, ha sollevato la questione della “democrazia semplificata” imposta sempre più dai mercati. Un modello fatto di ministri tecnici come quello che gli americani adottano da sempre; però loro ogni 4 anni decidono chi mandare alla Casa Bianca, e in nome di che cosa. Immaginate che un paese anglosassone si farà mai imporre da fuori la sovranità fiscale? Un altro editorialista del Corsera scriveva, il 7 agosto 2011, dell’ipotesi per l’Italia di un “podestà forestiero con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York”. E ne elencava i problemi: “Scarsa dignità, downgrading politico, tempo perduto, crescita penalizzata”. Firmato, Mario Monti.

Da Il Tempo

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