Meno male che Carlo Bonomi c’è

Altro che Silvio c’è, meno male che Carlo Bonomi c’è. Era da tempo immemore che non sentivamo un presidente di Confindustria dire a muso duro al governo ciò che non va, dopo anni di presidenti, o “paraculi”, come la Marcegaglia, poi promossa a Presidente Eni o legati alla politica, vedi Luigi Abete o inesistenti, come l’ultimo, Boccia. Per non parlare dei presidenti Fiat, intenti a farsi piacere per ottenere sussidi statali a pioggia e a fondo perduto. Ma quelli erano signori, non un modesto imprenditore di provincia, insomma un parvenu che, invitato al gran ballo del Casino del Bel Respiro, alla grande kermesse degli Stati più Generalisti della storia, invece di belare, attacca il governo con numeri, fatti, comparazioni internazionali. Addirittura denunciando la decrescita felice e il clima di assistenzialismo anti-industriale che alberga in larghi settori del governo. Sul palcoscenico di una kermesse di buone intenzioni, senza un’idea, un concetto concreto, un Presidente comme il faut, alla Gianni Agnelli, sarebbe stato ambiguo, divertente, avrebbe dissimulato, benedetto convegno e governo con eleganza, senza sdraiarsi, ma senza far cadere le posate. E invece no, che ti fa il Bonomi? Chiede riforme, produttività, trasparenza, efficienza, vuole che lo Stato invece di far anticipare alle imprese la Cassa integrazione, paghi i suoi debiti, oltre 50 miliardi, quello sì che sarebbe un decreto liquidità.

Lo descrivono come uno che ha frequentato fabbriche e mercati, invece di crescere tra i tavoli di mogano dei consigli di amministrazione pubblici, tra i salotti romani o che fanno carriera grazie alle segreterie dei partiti e per questo passano da un’azienda pubblica all’altra. Era ora che l’Italia che paga i conti avesse un degno rappresentante, che parlasse coi numeri ad un governo che non li conosce, anche se spesso li dà. Era ora che l’Italia che produce alzasse la voce per dire che avanti così andiamo a sbattere e Bonomi ha potuto farlo, anche perchè la sua azienda vive di export e non di commesse statali. In fondo ha chiesto cose ovvie come la certezza del diritto, il rispetto dei contratti, l’implementazione dei provvedimenti. Non è colpa sua se di fronte ha un governo perso dietro gli slogan, che produce un decreto che chiama rilancio, di 250 articoli e quasi 100 decreti attuativi. Rilancio sì, ma della burocrazia. E non è neppure preoccupato, il Bonomi di apparire di destra, visto che sa bene che pure il centrodestra su questi temi è molto indietro. Chi avrà il coraggio di togliere dalle spalle di imprese e professioni, il fardello della burocrazia, ben sapendo che tagliare la burocrazia e le sue assurde e molteplici leggi, vuol dire togliere posto potere e stipendio a burocrati grandi e piccoli, che hanno passato la pandemia in sicurezza e molti pure senza faticare, mentre fuori dal mondo protetto si è abbattuta la bufera che ha tagliato per ora gli stipendi e più avanti taglierà i posti? La risposta è semplice, nessuno e allora ci voleva che qualcuno desse voce all’Italia che produce, che esporta, che compete nel mondo, con sulle spalle il fardello di uno Stato esoso, sprecone e inefficiente e dicesse agli Stati generali che se manca il pane non accetteremo brioches o se preferite lanciasse un documentato vaffa alla kermesse della nuova casta, che predica la decrescita industriale e pensa di campare distribuendo appunto brioches.

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