Meglio tagliare sui sindacati che sui buoni pasto

sindacati-italiani 12784.jpgIl diavolo spesso si nasconde nei dettagli e la spending review non fa eccezione.

Tra le tante norme di maggiore impatto che sono presenti nel testo del decreto, ve n’è una che mira a porre delle nuove limitazioni all’attribuzione dei buoni pasto ai lavoratori del pubblico impiego.Il risparmio che dovrebbe discendere da essa è di 50 milioni di euro. Niente da dire sulla norma in se stessa, pur nella sua poca piacevolezza. Molto da dire, invece, sul fatto che il testo del decreto approvato dal Governo non comprenda anche altre disposizioni che, nelle versioni non ufficiali circolate in precedenza, erano presenti, come presente era quella, poi confermata, dei buoni pasto.

Di quali disposizioni “apocrife” parliamo? In primo luogo, il taglio da 14 a 13 euro dei compensi riconosciuti dallo Stato ai CAF per l’attività di assistenza fiscale da questi prestata in relazione ai modelli 730. In secondo luogo, il taglio del 10% dei trasferimenti a favore dei patronati sindacali. In terzo luogo, il taglio del 10% dei permessi sindacali retribuiti. Tre disposizioni di cui è dato sapere con certezza quanto risparmio di spesa avrebbero generato solo con riguardo alla prima: circa 15 milioni di euro. Vi è da credere che l’insieme delle tre, ove confermate nel testo ufficiale del decreto, avrebbe potuto determinare un intervento più tenue sui buoni pasto dei dipendenti pubblici, o addirittura avrebbe potuto sostituirlo, consentendo di espungere quest’ultimo al loro posto. Ebbene, ribadito che i testi circolati prima di quello ufficiale sono stati smentiti dal Governo, ma osservato anche che la loro aderenza a quello poi divenuto ufficiale è stata alquanto rilevante, diviene lecito chiedersi: sono questi i risultati dei minimi spazi lasciati alla concertazione?

Rispetto ai testi provvisoriamente circolati, la preoccupazione dei sindacati è stata quella di ottenere l’espunzione dei tagli che li riguardavano direttamente, anche se il loro mantenimento nel testo finale avrebbe potuto evitare, in tutto o in parte, il taglio dei buoni pasto dei lavoratori pubblici? Solo una domanda e nulla più, ovviamente. La risposta probabilmente non la conosceremo mai. Eppure, fermo restando che le esigenze di riduzione della spesa sono tali da rendere necessaria l’adozione di tutte le misure che erano state ipotizzate e molte, moltissime altre ancora, non vi è dubbio che qualche sana limatura ai fondi pubblici che, per un verso o per l’altro, finiscono nei bilanci dei sindacati e dei patronati sarebbe assai più equa di quelle che colpiscono direttamente i pranzi dei lavoratori. Solo dall’attività di assistenza fiscale prestata sui modelli 730, i CAF percepiscono dallo Stato oltre 300 milioni di euro, la gran parte dei quali va ai CAF dei grandi sindacati del lavoro dipendente.

Quanto tutto questo sia un vero e proprio regalo che lo Stato ha fatto ai sindacati del lavoro dipendente, nella prima metà degli anni ’90, è testimoniato dal fatto che, per l’inoltro delle altre dichiarazioni fiscali, lo Stato ha riconosciuto invece compensi minimi per l’attività di elaborazione ed inoltro telematico, fino ad arrivare, di recente, ad azzerare del tutto i minimi compensi sino ad allora riconosciuti agli intermediari fiscali. Si dirà: chi va dal commercialista o da un altro intermediario fiscale paga di tasca propria la consulenza ricevuta nella predisposizione della dichiarazione e quindi, tutto sommato, non ha senso che lo Stato si faccia carico anche di un ragionevole compenso per la successiva attività di elaborazione ed inoltro telematico.

Questa considerazione, tuttavia, è ben lungi dall’essere dirimente, posto che anche i CAF, quando il contribuente non si presenta con il modello 730 già compilato, si fanno remunerare per l’attività di assistenza finalizzata alla predisposizione del modello e prodromica alla sua elaborazione e inoltro telematico. Insomma, se piccoli e piccolissimi studi di commercialisti possono loro malgrado permettersi il lusso di spedire all’amministrazione finanziaria, gratuitamente per lo Stato, le dichiarazioni che predispongono, vivendo di quello che guadagnano per l’attività di assistenza nella loro predisposizione, si fatica davvero a capire perché non dovrebbero potercela fare strutture di dimensioni mille volte maggiori che possono beneficiare di economie di scala nemmeno confrontabili. In epoca di spending review, c’è poco spazio per permettersi “regali”. E, se proprio se ne dovesse fare qualcuno, meglio farlo ai lavoratori che vanno a pranzo, piuttosto che a strutture che tendono principalmente ad alimentare se stesse e la loro burocrazia interna.

Da Eutekne

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