L’Italia spende poco e male i fondi europei, ecco come evitare di sprecare i 172 miliardi anti Covid

Samuele Maccolini

Pochi tecnici nelle regioni in grado di seguire i bandi comunitari, troppi ricorsi e un ricambio continuo di dirigenti e assessori. Anche se il nostro Paese è il secondo su 27 per soldi ottenuti dall’Unione è tra gli ultimi per progetti realizzati. Ma c’è un modo per invertire la tendenza

Mancano ancora diversi mesi e molti passaggi politici per capire se l’Italia potrà spendere davvero i 172 miliardi di euro che gli spettano secondo il piano presentato dalla Commissione europea. Il dibattito finora si è basato più sul quando arriveranno i miliardi del NextGenerationEu e su come questo farà sopravvivere o meno il governo. Ma forse la questione dovrebbe essere affrontata da un punto di vista più pragmatico. Ovvero: anche se il piano fosse approvato tale e quale le aspettative italiane, il nostro paese sarebbe in grado di spendere effettivamente quei soldi? 

Il rapporto tra l’Italia e fondi europei è da sempre problematico. I Comuni e le regioni spesso non pubblicizzano abbastanza il modo in cui usano i fondi strutturali e di investimento europei per riparare ospedali e scuole, costruire piste ciclabili, per far avviare un’impresa o sostenere giovani professionisti.

Oppure la nostra opinione pubblica si è abituata al ritornello che l’Italia spende poco e male i finanziamenti europei. In sette anni dal 2014 al 2020 l’Unione europea ha distribuito 643 miliardi di euro in finanziamenti attraverso i suoi vari programmi.

L’Italia, dopo la Polonia, è il secondo paese ad aver ricevuto più risorse: 75 miliardi, così distribuiti: 33 miliardi (44,6%), destinati al Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr); 21 miliardi (27,8%) per il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale; 17 miliardi (23,1%), destinato al Fondo sociale europeo; 2 miliardi, (3,1%) per il programma operativo per l’occupazione giovanile e infine quasi un miliardo (1,3%) per il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca. 

Alla fine dello scorso anno l’Italia aveva speso il 35 per cento dei fondi (26 miliardi), mentre il 73% (54,6 miliardi) era stato allocato – la media europea è dell’85 per cento. Peggio di noi solo Spagna (33% spesi, 71% allocati) e Lussemburgo (59% spesi, 69% allocati). 

L’Italia è in fondo alla classifica di spesa in ogni ambito. Il settore in cui abbiamo usato meglio i fondi europei è il programma per l’occupazione giovanile:  57 per cento delle risorse speso, allocato l’86 per cento. Ma anche qui siamo in ritardo rispetto all’Europa: in tutta l’Unione, infatti, è stato stanziato il 60 per cento del fondo, con un’allocazione prossima al 100 per cento.

Anche per quanto riguarda il Fondo per lo sviluppo regionale, un altro frangente in cui i risultati italiani sono buoni, il confronto con gli altri paesi è inglorioso; con il 31 per cento delle risorse spese nel nostro paese rispetto al 36 per cento della totalità dei paesi Ue, e l’allocazione a livello europeo che ci stacca di 5 punti percentuali (dall’86 per cento al 91 per cento).

Secondo i dati di Opencoesione, la piattaforma che mostra l’andamento dei progetti europei, solo il 6 per cento dei programmi del Fondo di sviluppo regionale è stato concluso, il 4 per cento non è ancora stato avviato, l’1 per cento è stato liquidato, mentre la grossa parte – l’89 per cento – è ancora in corso. E così ci ritroviamo a pochi mesi dalla conclusione del settenario con la maggior parte dei progetti ancora in fase di ultimazione. 

Non tutta la gestione è pessima. I target di spesa minimi sono stati raggiunti e superati da tutti i programmi, ma stiamo parlando di risorse allocate, non ancora spese. Tradotto: le amministrazioni hanno previsto dei budget, ma i lavori non sono ancora partiti.

Perché l’Italia fa più fatica degli altri paesi europei a spendere i generosi fondi comunitari? E anche quando i soldi vengono spesi perché i tempi di realizzazione sono così lunghi? 

«Ci sono vari problemi di cui tenere conto, come il deficit di programmazione degli interventi: dalla definizione degli obiettivi alla loro realizzazione. Spesso molti programmi non ottengono il via libera della Commissione europea diversi motivi», spiega a Linkiesta il professore di economia dell’Unione europea dell’Università Bocconi Carlo Altomonte.

Poi, in secondo luogo, c’è il tema della capacità tecnica. Non basta immaginare un progetto: per metterlo nero su bianco e scrivere bandi comprensibili e corretti ci vogliono determinate competenze, non sempre presenti a livello regionale. Ma la maggior parte dei programmi operativi in Italia sono proprio regionali (Por).

A questo bisogna aggiungere un ricambio frequente di assessori e dirigenti che vengono licenziati, trasferiti, promossi. Cambi di status rendono la gestione ancora più complessa. «La Spagna ha risolto questo problema coordinando i programmi regionali a livello nazionale», dice Altomonte. «Sfrutta quindi la capacità tecnica centrale per poi lasciare alle regioni il resto del lavoro. Un po’ come accade in Italia con i Pon (Programmi Operativi Nazionali), ovvero quei programmi di spesa gestiti da un’amministrazione centrale nazionale».

Secondo il professore è questo il tipo di programmi che il governo dorrebbe prendere come riferimento per la gestione dei (possibili) 172 miliardi europei.

Poi c’è il vero problema. Quello che secondo Altomonte causa il 50 per cento dei ritardi della giustizia amministrativa. «Molte gare d’appalto vengono bloccate dai ricorsi. Oppure qualcuna viene vinta in poco tempo, ma in seguito la regione capisce che il fondo non è stato utilizzato in maniera corretta, e così si ferma tutto per vent’anni». Purtroppo, spiega il professore, «la giustizia civile in Italia è bloccata. È un problema endemico che non permette al paese di ripartire, e si riverbera così anche sul piano dei fondi europei».

Insomma, senza la riforma del codice degli appalti non si va lontano. «Negli ultimi due anni abbiamo accelerato, come capita sempre nei periodi verso la fine del settenario. Ma anche se le amministrazioni allocano risorse, i progetti non partono e se non li spendiamo entro il 2022 rischiamo di perderli», spiega Altomonte. 

In fin dei conti, a bloccare i fondi di Bruxelles non sono agenti esterni, bensì le idiosincrasie italiane. Anche la risposta, dunque, deve venire dai nostri politici. «Sono gli stessi problemi che ci rincorrono da anni, quelli per cui il governo ha erogato decine di miliardi e nessuno li ha ancora visti», conclude Altomonte. «Il paese è fermo. In attesa del Recovery Fund, partiamo da una semplificazione della macchina amministrativa». 

Da LInkiesta

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