L’irresistibile prosa progressista di Luigi Di Maio che annuncia nuove alleanze con ex golpisti e ladri di bambini

Francesco Cundari

Il leader che inveiva contro le Ong «taxi del mare» e il Pd «partito di Bibbiano» (mentre al suo fianco Dibba accusava Obama di organizzare colpi di stato), discetta ora della nuova via aperta alla sinistra da Biden

Nei giorni scorsi il dibattito avviato da Repubblica sulla «nuova via progressista» (evidentemente, e saggiamente, abbiamo smesso di numerarle) si era dimostrato già piuttosto spiazzante. A proposito delle conseguenze internazionali della vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti e di un possibile asse con il leader dei laburisti britannici Keir Starmer, il quotidiano ha proposto infatti ai lettori interventi come quello di Nicola Zingaretti (come noto, da tempo impegnato nel tentativo di costruire un’«alleanza strutturale» con il Movimento 5 Stelle), accanto a interviste a intellettuali, giornalisti e politici americani e britannici tutte incentrate su come tale nuovo corso si prefigga quale primo obiettivo la sconfitta dei populisti. E va bene. Evidentemente, le vie del progressismo sono infinite.

Ieri però quella mia personale sensazione di straniamento ha raggiunto livelli psichedelici, quando nel dibattito ho visto intervenire niente di meno che Luigi Di Maio, capace di sfoggiare per l’occasione il meglio della sua prosa progressista.

Leggendo le sue considerazioni sul «valore del multilateralismo» che «non è un concetto astratto, non è qualcosa di sfuggente, bensì costituisce un rilevante elemento di concretezza che ha immediate ripercussioni sia sulla nostra sicurezza, sia sull’economia e sulla vita di ogni cittadino», e di conseguenza sui «pilastri della politica estera e di sicurezza dell’Italia» che sono «l’Ue e la Nato» – leggendo tutto questo, dicevo – non ho potuto fare a meno di ripensare a un vecchio articolo in cui Thomas Friedman ammoniva a non prendere troppo sul serio i bei discorsi responsabili e pacifisti pronunciati da Yasser Arafat in inglese, perché quello che contava era cosa diceva quando parlava in arabo, l’unica lingua che la sua base, per dir così, fosse in grado di capire.

Naturalmente – noiosa precisazione a uso dei commentatori da social network – non sto dicendo che i militanti del Movimento 5 Stelle siano analfabeti, sto dicendo che quella base è stata costruita e alimentata parlando un’altra lingua, specchio di un altro mondo, anzi di un’altra galassia linguistico-politica. Una galassia in cui si parla di ong come di «taxi del mare» (lo stesso Di Maio), dei democratici italiani come del «partito di Bibbiano» (sempre Di Maio) e appena due anni fa si sosteneva che «in politica estera Trump si sta comportando meglio di tutti i presidenti Usa precedenti, incluso quel golpista di Obama» (Alessandro Di Battista). Altro che nuove vie progressiste, multilateralismo, centralità dell’Ue e della Nato.

Che uno dei leader di quello stesso partito possa partecipare oggi al dibattito sul nuovo corso della sinistra occidentale aperto dalla vittoria di Joe Biden, ex vice del «golpista» di cui sopra, sarebbe comico se non fosse tragico, e da un punto di vista razionale può essere spiegato solo con qualcosa di simile alla teoria dei molti mondi della fisica quantistica. È evidente che tra il Di Maio leader dei cinquestelle e il Di Maio ministro degli Esteri impegnato in un simile dibattito corre la stessa incolmabile distanza che separa due universi paralleli (ragion per cui domandarsi pignolescamente se sia attualmente l’ex leader, il futuro leader o l’ex futuro leader non ha alcun senso, né in fisica né in politica). Altrimenti, dovremmo dedurne che, dopo aver deciso di governare l’Italia con il partito che «in Emilia-Romagna toglieva alle famiglie i bambini con l’elettroshock per venderseli» (parole sue), a livello globale Di Maio abbia deciso di allearsi direttamente con i golpisti.

Da Linkiesta

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