L’ira di Delrio

Incredibile, ma vero: il felpato ministro dei Trasporti ha accusato il governo e il Pd di vigliaccheria, per il sostanziale ritiro del disegno di legge sullo Ius Soli. Ora non crediamo che il ministro pensi seriamente che lo Ius soli sia per l’Italia un’emergenza o anche solo una priorità, una legge sul tema, per quanto restrittiva, esiste. Ma il tema gli è servito per uscire sui giornali, far parlare di sè, tenere buono quel mondo cattolico che vede in Minniti un iscritto a Casa Pound e quelle cooperative cattoliche, che sui migranti costruiscono la loro sopravvivenza e il loro benessere. Infine vellicare i partiti a sinistra del Pd, insomma segnalare a tutti che lui è pronto per nuovi incarichi, sempre per spirito di servizio, ovviamente. Prontamente Pisapia lo ha indicato tra i possibili eredi del ducetto Renzi e lo ha abbracciato alla festa dell’Unità di Reggio Emilia, senza che da sinistra si sollevassero proteste, come accadde quando abbracciò la Boschi. E’ ovviamente casuale che Pisapia sia l’avvocato di De Benedetti e che Delrio sia stato sorpreso, tempo fa, ad uscire furtivamente dalla casa del noto editore, da cui lo avevano inviato i suoi sponsor economici: i banchieri della vecchia sinistra democristiana, i primi a capire che Renzi era un po’ inaffidabile. Ho già scritto che per quanto possa aspirarvi, Delrio difficilmente diventerà primo ministro, ma molti ormai lo sognano alla segreteria del Pd, dopo la caduta di Renzi. La scommessa è quella di rimettere insieme tutta la sinistra, un pezzo di centro, la solita Sudtiroler, per tornare a vincere e mantenere tutto il potere, cosa oggi resa impossibile a causa di Renzi e del sistema elettorale. Renzi non vuole le coalizioni perché ha capito che segnerebbero la sua fine, così preferisce non vincere, ma portarsi a casa i deputati da giocare sul tavolo della futura legislatura. Per i vecchi prodiani, professore in testa, Delrio è il perfetto cavallo di Troia. Anche dovesse trattare, dopo una sconfitta, Renzi non farà mai passare Franceschini, molto gradito al Quirinale, ma odiato dal ducetto, né Letta che considera un senza palle, mentre, azzoppata la Boschi, che inizialmente aveva ammaliato tutti, potrebbe scegliere Delrio come il male minore. Anche nella Dc, quando lo scontro tra i cavalli di razza era forte, si ricorreva a un Piccoli o a un Rumor, cioè figure minori. Conoscendolo bene,  non reputo Graziano Delrio una figura minore: si sforza, sempre meno, di sembrarlo, ma ha le stimmate del leader e senza che nessuno lo sappia, porta nello zaino, assieme al Vangelo e al manuale sull’occupazione del potere, un bastone da maresciallo. Certo ha poca competenza, ma Renzi ne aveva ancor meno, certamente sa l’inglese. Sarebbe il ritorno al potere dei soliti noti, la fine degli strappi e delle rottamazioni. La vittoria del declino dolce, ma forse hanno ragione loro, i poteri di sempre: questo Paese è condannato a morire, allora meglio un medico vero come Delrio  per somministrargli cure palliative, mentre i paesi che contano si divideranno i pochi gioielli rimasti.

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