L’insofferenza nascosta della sinistra Pd per il governo Draghi

Mario Lavia

L’ala del partito che fa capo a Provenzano e Orlando ha mal digerito la coesistenza coi ministri tecnici, Cingolani su tutti, avendo sempre in testa l’alleanza con Conte. È anche a causa loro se il draghismo non si è mai radicato al Nazareno

Il violento scazzo (termine ormai sdoganato nel giornalistese) tra i ministri Roberto Cingolani e Andrea Orlando al termine dell’ultimo Consiglio dei ministri è rivelatore di un grande problema politico di cui finora non si era avuta esatta percezione: il problema di come la sinistra del Partito democratico abbia vissuto il governo Draghi. 

Lo scontro è stato in parte già raccontato. Il ministro per la Transizione Ecologica ha apostrofato quello del lavoro: «Tu sei per Conte… Stai al posto tuo». Ed ecco Orlando, da noi interpellato: «Gli ho detto che nonostante le cazzate che ha fatto lo abbiamo sempre supportato e che dovrebbe ringraziare. Da ultimo sulla linea che ha portato a Bruxelles sull’elettrico. E lui ha detto che non si aspettava che con Enzo Amendola avessimo scritto (sul Foglio-ndr) un articolo contro di lui: ma era un articolo equilibratissimo…». 

Al di là dello spiacevole episodio, peraltro in un momento di particolare drammaticità come l’addio di Mario Draghi davanti ai ministri, ripropone  una questione di fondo: ma il Pd, in particolare la sinistra ma non solo, quanto ha sofferto in questa esperienza? 

Non è stato, lo sapevano tutti, il governo del Pd, e nemmeno a trazione Pd. E già questo, per come sono fatti i dem, per la loro istintiva propensione a dirigere la situazione, a dare le carte, è stato un elemento difficile da gestire. 

Poi nell’esecutivo c’era la destra, quella di Salvini. Ma il fatto è che i dirigenti del Pd, che in fondo si sono formati ancora alle vecchie scuole democristiana e comunista, si trovano meglio a lavorare con dirigenti di altri partiti piuttosto che con tecnici che non vivono bene perché non capiscono fino in fondo che partita giochino. 

Il problema non è stato tanto Mario Draghi (troppo indiscutibile il suo standing) ma Vittorio Colao, Cingolani, Patrizio Bianchi, Enrico Giovannini. Si cela in questo aspetto un elemento di fastidio psicologico oltre che politico, così come ieri era toccato a Massimo D’Alema nei confronti di Romano Prodi e i prodiani, poi con Mario Monti e i montiani. Questo tipo di sofferenza ha investito da subito la sinistra, senza peraltro che il suo esponente nel governo, appunto Orlando, abbia mai messo i bastoni tra le ruote. 

Non è questo il punto. Anzi, ancora ieri il ministro per il Lavoro ha insistito sulla necessità che il premier vada avanti. Percepito bene dai draghiani si è avuta però a un certo punto la sensazione che egli giocasse più per sé che per la squadra: la sua assenza all’ultimo importante incontro con la Confindustria è stata notata. Ma il problema vero è che il governo Draghi, soprattutto da un certo punto in poi, non è stato più percepito come uno strumento in grado di far avanzare contenuti e proposte di sinistra, soprattutto sui temi sociali. 

Non è stata infatti tanto la linea atlantista e antirussa del presidente del Consiglio (che era la stessa di Enrico Letta) a spegnere gli entusiasmi, già relativi, nei confronti del governo, quanto una progressiva conferma che alla fine con i tecnici, anche con il migliore tra loro, non si combina molto. 

La progressiva disillusione dell’ala Provenzano-Orlando (unita a quella, speculare, di Franceschini-Boccia, questa però più figlia di una competizione di potere) è andata di pari passo con la campagna contro Draghi di Giuseppe Conte e Marco Travaglio, ovviamente con toni molto diversi, e il crescente fastidio di quel pezzo di Articolo Uno ormai indistinguibile dai contiani dimostrato dalla non fiducia al governo espressa della capogruppo al Senato Loredana De Petris (e vedremo come e se Roberto Speranza reagirà alla cosa). 

A dare voce a questo fastidio-dissenso strisciante è stato Maurizio Landini che ormai è il punto di riferimento politico di questa area che sta a cavallo, e ricomprende, contiani e sinistre varie, dai cocomeri di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli ad alcuni bersaniani, Massimo D’Alema e Goffredo Bettini ,fino a esponenti della sinistra Pd. 

Non ci si deve meravigliare che questo orientamento affondi in ampie zone della base: non era stato forse il precedente gruppo dirigente del Pd ad innamorarsi dell’avvocato del popolo? E non c’erano anche allora Dario Franceschini, Andrea Orlando, Francesco Boccia eccetera? 

D’altra parte nemmeno la fuga di Nicola Zingaretti dal Nazareno ruppe quel legame, né Enrico Letta ha seriamente lavorato per un vero cambio di strategia: diciamo che dall’innamoramento zingarettiano si è passati al matrimonio di convenienza lettiano. 

Dunque a parte Lorenzo Guerini e pochi altri la verità è che il draghismo, cioè l’antidoto riformista al populismo grillino, non è mai stata fino in fondo la ricetta del Nazareno. Come se un grumo di scetticismo, quando non di sopportazione, restasse permanentemente incistato nella carne dei democratici. Il solito copione: beviamo questo calice e poi toccherà a noi. 

Insomma, l’idea del draghismo come parentesi necessaria ma non sufficiente apertamente teorizzata dalla sinistra pd e non solo da questa, si è imposta al Nazareno e non è mai stata scalfita: ecco perché il Pd non ha mai parlato di area Draghi né tantomeno ipotizzato di poterlo candidare a palazzo Chigi. 

Al dunque, quando l’avvocato si è travestito da laburista, ha trovato qualche sponda magari nascosta (ecco perché a sinistra odiano Luigi Di Maio e l’operazione anti-Conte che ha fatto), qualche cuoricino è tornato a battere: viva l’agenda sociale, il salario minimo, il reddito di cittadinanza. Al dunque, al di là della tattica, i Provenzano, gli Orlando, i Boccia forse non sono con Conte: ma nemmeno contro di lui. E tanto basti per restare nel limbo della politica.

Da Linkiesta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.